Autismo economico collettivo: chi dovrebbe comprare, se nessuno viene pagato?

Questo è il grande autoinganno del mercato: chi dovrebbe comprare, se nessuno viene pagato?

I dati provengono da OECD, ILO, Eurostat e World Bank. Non sono opinioni, non sono slogan: sono ordini di grandezza affidabili che descrivono con precisione la struttura sociale ed economica del mondo occidentale (Europa, Nord America e paesi OCSE affini).

I numeri sono questi:

  • 450 milioni di lavoratori dipendenti, dall’operaio al dirigente.

  • 240 milioni di pensionati, di ogni estrazione sociale.

  • 70 milioni di lavoratori autonomi, persone che svolgono un’attività professionale in proprio, da sole o con al massimo due soci.

  • 40 milioni di imprenditori, cioè soggetti che possiedono un’azienda con dipendenti o vivono prevalentemente di quote di proprietà societaria.

Questa è la fotografia dell’Occidente. Tutto il resto è narrazione.

Ora la domanda è semplice, brutale, e nessuno sembra volerla affrontare seriamente:
in un mondo strutturato in questo modo, chi dovrebbe sostenere il mercato dei consumi?

Il mercato non è un’entità astratta.
Il mercato non è “la fiducia”.
Il mercato non è la borsa.

Il mercato è gente che compra: beni, servizi, case, cultura, tempo libero, salute, istruzione. E per comprare serve reddito. Reddito reale, non teorico.

Eppure da almeno trent’anni il pensiero dominante continua a ripetere la stessa assurdità: per far crescere l’economia bisogna contenere il costo del lavoro, ma sempre inteso con il comprimere salari, precarizzare contratti, spingere autonomi e freelance a competere sul prezzo, spesso contro grandi aziende che operano su scala e possono permettersi margini che il singolo non avrà mai.

È un’idea non solo sbagliata. È ridicola.

Se paghi poco i lavoratori, riduci il potere d’acquisto della maggioranza della popolazione.
Se riduci il potere d’acquisto, riduci la domanda.
Se riduci la domanda, il mercato non cresce, si restringe.

Non è ideologia. È aritmetica.

E qui emerge il paradosso più grottesco:
chi sostiene questa logica è spesso lo stesso imprenditore che poi si lamenta del “calo dei consumi”, del “cliente che non spende”, del “mercato fermo”.

Come se i dipendenti non fossero clienti.
Come se gli autonomi non comprassero nulla.
Come se i pensionati vivessero in un universo parallelo.

Come se il proprio dipendente, pagato poco, non fosse il cliente di qualcun altro.
Come se il dipendente di un’altra azienda non fosse il proprio cliente.

È una forma di autismo economico collettivo.

In Occidente, oltre 760 milioni di persone (dipendenti, autonomi e pensionati) vivono di redditi fissi o relativamente rigidi. Sono loro che tengono in piedi il mercato ogni giorno. Gli imprenditori, pur decisivi nelle scelte strategiche, sono una minoranza numerica. Eppure il discorso pubblico continua a essere costruito come se il mondo fosse popolato quasi esclusivamente da “imprenditori di se stessi”.

Non lo è.
Non lo è mai stato.
E oggi meno che mai.

Continuare a comprimere salari e compensi significa segare il ramo su cui si è seduti, ma farlo con l’aria di chi crede di essere furbo. È una visione miope, incapace di pensare in termini sistemici, che confonde il vantaggio individuale di brevissimo periodo con la salute dell’intero ecosistema economico.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: mercati stagnanti, domanda debole, competizione al ribasso, precarietà diffusa, frustrazione sociale. E poi, puntualmente, la domanda retorica: “Perché l’economia non cresce?”

La risposta è semplice.
Perché chi dovrebbe farla crescere non viene messo nelle condizioni di farlo.

Eppure, nonostante tutto, questa idea continua a essere ripetuta, difesa, insegnata.
Come se fosse una legge naturale.
Come se non fosse già stata smentita decine di volte dalla realtà.

Che mondo di idioti.

La Redazione Luca Boscardelli

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