Chi salva sé stesso col Controllo sacrifica le Relazioni - Umberto Galimberti

Esiste una figura che nella modernità appare quasi inevitabile incontrare: l’uomo – o la donna – che ha fatto della propria biografia una fortezza, del proprio passato una legittimazione, del proprio Io il centro gravitazionale di ogni discorso.

È colui che parla sempre in prima persona.
“Io ho fatto.”
“Io ho capito.”
“Io sono riuscito.”

Non perché gli altri non esistano, ma perché nella sua economia interiore gli altri sono satelliti, mai pianeti.

Questa figura non nasce nel vuoto. Spesso ha attraversato eventi difficili, talvolta estremi. E il dolore, quando non viene elaborato simbolicamente, non diventa memoria: diventa struttura. Non resta nel passato, ma si insedia nell’identità. L’individuo allora non dice più: “Mi è accaduto questo”, ma implicitamente afferma: “Io sono ciò che mi è accaduto”.

E quando l’identità coincide con la ferita, ogni scelta futura viene protetta e deformata da quella ferita.

La carriera, ad esempio.
Le decisioni unilaterali. Penso agli spostamenti imposti alla famiglia per opportunità di cariere, le scelte di vità imposte senza possibilità di reale contraddittorio. 

Tutto trova una giustificazione retrospettiva: “Dopo quello che ho vissuto, non potevo fare diversamente.”
Il passato diventa tribunale che assolve preventivamente il presente.

Ma la questione non è morale, è esistenziale.

Chi ha sofferto sviluppa spesso un bisogno radicale di controllo. Il controllo è la forma laica della salvezza: se controllo, non sarò più travolto. Se decido io, non sarò più vulnerabile. Se amministro io le risorse, il mondo non mi sfuggirà.

Il problema è che il controllo non si esercita mai nel vuoto. Si esercita sulle relazioni.

La famiglia allora diventa il luogo in cui il progetto individuale trova appoggio logistico. I sacrifici altrui vengono interpretati come parte naturale di un disegno più grande. Il benessere economico, reale e magari significativo, non è più un bene condiviso ma un bene concesso. È vissuto dagli altri nella misura in cui non incrina l’ordine stabilito.

Qui si produce la frattura.

Perché la relazione, per esistere, perché siano reali e non una farsa, richiede reciprocità. E la reciprocità non è solo divisione delle risorse, ma condivisione del potere decisionale. Quando uno decide e gli altri si adattano, non abbiamo più una relazione orizzontale, ma una struttura verticale.

L’individuo in questione spesso non si percepisce come egoista. Si percepisce come responsabile. Come colui che tiene insieme il sistema. Come colui che “fa per tutti”. E in parte può essere vero. Ma il suo “fare per” coincide sistematicamente con il suo “fare per sé”. Non per malafede, ma perché non distingue più il proprio progetto dall’interesse comune.

La sua autobiografia diventa l’unico racconto legittimo.

E qui emerge un altro tratto tipico: l’altruismo dichiarato. “Lo faccio per voi.” Ma in quella frase si cela un’ambiguità. Non è l’azione a essere problematica – spesso è anche utile agli altri – bensì la cornice simbolica: chi decide cosa è bene per tutti? Chi stabilisce la misura del sacrificio accettabile?

Quando il passato traumatico viene costantemente evocato, esso smette di essere memoria e diventa argomento. Diventa scudo. Diventa capitale morale. E chi sta intorno fatica a contestare, perché ogni obiezione rischia di apparire come ingratitudine verso una sofferenza antica.

Ma la sofferenza, per quanto reale, non può essere un credito illimitato sulla vita degli altri.

Nell’età adulta, la maturità consiste nel trasformare il proprio dolore in consapevolezza, non in giustificazione permanente. Se questo passaggio non avviene, la persona resta ancorata a un’identità di sopravvissuto. E il sopravvissuto, per definizione, teme sempre la perdita. Per questo controlla. Per questo centralizza. Per questo fatica a concedere autonomia.

Il risultato relazionale è prevedibile: logoramento silenzioso delle relazioni.
Non conflitto aperto, ma stanchezza.
Non ribellione immediata, ma distanza progressiva.

Perché nessuno può vivere a lungo in un sistema dove il proprio benessere dipende dal gradimento dell’altro.

L’Io, quando non incontra un Tu autentico, si espande fino a occupare tutto lo spazio. Ma nell’occupare tutto lo spazio finisce per restare solo. E la solitudine dell’Io assoluto è il paradosso della nostra epoca: individui fortissimi nel mondo, fragilissimi nell’intimità.

Il problema non è l’ambizione. Non è il successo. Non è neppure il desiderio di riscatto.

Il problema è quando la biografia diventa destino, e il destino diventa alibi.

Solo quando il passato smette di essere giustificazione e diventa responsabilità, l’Io può finalmente aprirsi al Noi senza temere di dissolversi.

Umberto Galimberti 

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