Da Orson Welles ai maranza: la guerra dei mondi è arrivata nelle chat dei genitori

Verona, ottobre 2026. Bastano alcuni messaggi anonimi per convincere delle famiglie a non mandare le figlie a scuola. La paura diventa una notizia, il sospetto una certezza e il pregiudizio trova finalmente qualcosa di cui nutrirsi. Una tragicommedia collettiva che sembra l'inizio perfetto di una campagna elettorale.

Il 30 ottobre 1938, negli Stati Uniti, un giovane Orson Welles trasmetteva alla radio un adattamento del romanzo di fantascienza La guerra dei mondi di H. G. Wells. Il programma simulava un notiziario che annunciava lo sbarco dei marziani sulla Terra e l'inizio di un'invasione aliena.

Alcuni ascoltatori credettero che stesse accadendo davvero. Telefonate allarmate, persone spaventate e racconti di cittadini in fuga contribuirono a costruire uno degli episodi più celebri della storia della comunicazione.

Per amore della verità, va precisato che le ricerche successive hanno ridimensionato notevolmente la portata di quel presunto panico collettivo. La narrazione giornalistica contribuì a ingigantirlo, trasformando alcuni episodi reali in un fenomeno nazionale di proporzioni probabilmente mai esistite.

E proprio questo dettaglio rende la vicenda ancora più interessante: non fu soltanto il radiodramma a creare una realtà immaginaria. Anche il racconto delle sue conseguenze contribuì a costruire un mito.

Sono passati quasi novant'anni. Abbiamo internet, smartphone, accesso immediato a una quantità di informazioni impensabile per un cittadino del 1938. Possiamo consultare giornali, verificare dichiarazioni, confrontare fonti, contattare istituzioni.

Eppure, a Verona, nell'ottobre del 2026, è bastato qualche messaggio nelle chat per ritrovarci, per certi versi, nuovamente alle prese con un'invasione.

Questa volta niente marziani. Sono arrivati i maranza.

Il grande complotto degli stupri annunciati su WhatsApp

Tra il 19 e il 20 ottobre, nelle chat degli studenti e dei genitori di alcune scuole veronesi hanno iniziato a circolare messaggi che annunciavano aggressioni sessuali organizzate, elenchi di ragazze da violentare e gruppi di giovani pronti a colpire.

L'effetto è stato concreto. Secondo quanto riportato dalla stampa locale, alcune studentesse sono rimaste a casa per paura. Le famiglie si sono allarmate, le forze dell'ordine hanno ricevuto segnalazioni e gli istituti scolastici sono intervenuti con comunicazioni ufficiali.

Ma fermiamoci un momento.

Chi aveva organizzato queste aggressioni? Chi aveva verificato l'esistenza dei gruppi? Quali elementi dimostravano la realtà di questi fantomatici piani criminali?

È questo il punto sul quale avremmo dovuto concentrare la nostra attenzione fin dall'inizio.

I messaggi esistevano. La loro circolazione era un fatto. La paura provocata era reale. Ma tutto questo non dimostrava affatto che le aggressioni annunciate fossero realmente in preparazione.

Eppure, come spesso accade, la distinzione è scomparsa quasi immediatamente.

Persone per strada, spesso madri, commentano indignate la notizia. Non esprimevano soltanto preoccupazione per una minaccia da verificare. Parlavano di questi giovani, descritti come maranza islamici, come di persone che avevano davvero deciso di violentare delle ragazze.

Non sembrava esserci spazio per il dubbio.

Il processo era già stato celebrato, la sentenza pronunciata e i colpevoli identificati.

Tutto attraverso uno smartphone.

La scomparsa del dubbio

Quello che trovo più inquietante in questa vicenda non è neppure la possibilità che qualcuno abbia costruito deliberatamente una notizia falsa.

Di persone capaci di inventare sciocchezze, provocazioni o vere e proprie campagne di disinformazione è pieno il mondo. Non è una novità.

La questione più grave è un'altra: com'è possibile che tanti adulti non sembrino più possedere gli strumenti culturali necessari per distinguere una notizia da una voce, un fatto da un'ipotesi, una fonte attendibile da un messaggio anonimo?

Davanti a una storia tanto assurda, possibile che non sorga spontaneamente qualche domanda?

Davvero un gruppo di aspiranti stupratori avrebbe organizzato aggressioni collettive annunciandole preventivamente nelle chat, permettendo ai messaggi di raggiungere migliaia di persone, comprese le potenziali vittime e le forze dell'ordine?

Non è impossibile che un criminale annunci un crimine. Le minacce devono essere valutate seriamente. Ma proprio la straordinarietà di questo racconto avrebbe dovuto imporre verifiche rigorose.

Invece sembra essere accaduto qualcosa di diverso: più la storia appariva terrificante, più diventava credibile.

Come se l'orrore del contenuto fosse di per sé una garanzia di autenticità.

E qui emerge un problema culturale profondo. Non siamo più soltanto davanti a persone che non sanno verificare le fonti. Siamo davanti a persone che, almeno in certe circostanze, sembrano non avvertire neppure la necessità di farlo.

La differenza è enorme.

Chi non sa verificare una fonte può imparare. Chi non sente alcun bisogno di verificarla ha già rinunciato a una parte fondamentale del proprio pensiero critico.

Quando il pregiudizio sostituisce le prove

C'è poi un elemento particolarmente sgradevole.

Nella narrazione che si è diffusa, i presunti responsabili non erano semplicemente aggressori sconosciuti. Erano immediatamente identificati attraverso categorie sociali, culturali e, in alcuni racconti, religiose.

Maranza. Stranieri. Islamici.

Termini che non sono sinonimi e che, soprattutto, non costituiscono alcuna prova di un comportamento criminale.

Eppure, nel passaparola, queste categorie si sono sovrapposte fino a produrre un'immagine precisa del nemico.

A quel punto la verifica dei fatti diventa quasi superflua. Non occorre più sapere chi abbia scritto i messaggi o se le accuse siano fondate. Basta che la storia corrisponda a un'idea già presente nella testa di chi la riceve.

È il meccanismo più semplice del pregiudizio: non credo a una notizia perché è dimostrata, ma perché conferma ciò che sono già disposto a credere.

E la cosa diventa tragicomica quando l'indignazione si trasforma in una sorta di mobilitazione morale contro persone la cui responsabilità non è stata minimamente accertata.

Non stiamo parlando di sottovalutare le violenze sessuali, che sono crimini gravissimi, né di minimizzare i disordini realmente avvenuti nei giorni precedenti.

Stiamo parlando dell'esatto contrario: prendere sul serio la sicurezza significa distinguere i pericoli reali da quelli immaginati.

Altrimenti si finisce per combattere contro dei fantasmi mentre i problemi autentici restano sullo sfondo.

Una lezione di sobrietà dal Liceo Enrico Medi

Fortunatamente, in questo scenario, qualcuno ha conservato la lucidità.

Il 20 ottobre, la dirigente scolastica Paola Catanzaro del Liceo Statale Enrico Medi di Villafranca di Verona ha diffuso una comunicazione rivolta a studenti, famiglie, docenti e personale scolastico.

Nessun proclama. Nessuna ricerca di colpevoli. Nessuna dichiarazione roboante.

La dirigente ha rassicurato la comunità scolastica, spiegando che l'istituto stava seguendo attentamente l'evoluzione della situazione, mantenendo i contatti con le autorità e le forze dell'ordine per verificare la natura dei messaggi circolati.

Ha invitato tutti alla calma, al dialogo e alla collaborazione.

Una comunicazione seria, misurata, responsabile.

Esattamente ciò che ci si aspetterebbe da un'istituzione educativa.

Non possiamo naturalmente dedurre da un singolo comunicato che nei licei vi sia una maggiore maturità culturale rispetto agli altri istituti, né che tutte le famiglie del Medi abbiano reagito razionalmente.

Possiamo però riconoscere una differenza sostanziale nel modo di affrontare il problema: mentre una parte della popolazione sembrava già impegnata a indignarsi contro responsabili presunti, una dirigente scolastica ricordava, attraverso il proprio comportamento, che prima di tutto occorre comprendere cosa stia realmente accadendo.

Ed è paradossale che una lezione tanto elementare debba essere impartita proprio agli adulti.

Una campagna elettorale perfetta per Vannacci?

Arriviamo allora all'aspetto politico, forse il più grottesco di tutta questa storia.

Se qualcuno avesse voluto immaginare un'apertura di campagna elettorale ideale per una politica costruita sull'allarme identitario, sulla contrapposizione culturale e sulla paura dello straniero, difficilmente avrebbe potuto inventare qualcosa di più efficace.

Giovani descritti come islamici. Ragazze italiane minacciate. Famiglie terrorizzate. Scuole in allarme. Richieste di sicurezza, controllo e repressione.

Manca soltanto qualcuno che salga su un palco e prometta di rimettere ordine.

Sembra quasi l'inizio di una campagna elettorale disegnata su misura per Roberto Vannacci e per quella visione politica che trova nella contrapposizione tra un presunto noi minacciato e un indistinto loro minaccioso uno dei suoi argomenti più riconoscibili.

Naturalmente, non abbiamo elementi per sostenere che Vannacci, i suoi sostenitori o una qualsiasi organizzazione politica abbiano prodotto o coordinato questi messaggi. Sarebbe irresponsabile insinuarlo come fatto accertato proprio mentre denunciamo l'abitudine di credere alle accuse senza prove.

Ma possiamo certamente osservare quanto una vicenda del genere si presti alla strumentalizzazione politica.

La paura è un carburante straordinario. Non richiede ragionamenti complessi, non pretende statistiche e non ama le sfumature.

Soprattutto, offre un enorme vantaggio a chi vuole presentarsi come il difensore di una comunità assediata.

Prima si diffonde l'immagine di una minaccia, poi si offre la soluzione.

E quando la minaccia è immaginaria, il meccanismo può funzionare persino meglio: non essendoci fatti da analizzare, resta soltanto un nemico da indicare.

Il rischio è che, mentre ci indigniamo per aggressioni mai accertate, finiamo per normalizzare una forma di ostilità collettiva che non ha bisogno di prove per individuare i propri bersagli.

Dal radiodramma al messaggio inoltrato

C'è però una differenza fondamentale tra quanto accadde nel 1938 e ciò che abbiamo visto a Verona.

Orson Welles aveva realizzato un'opera di finzione. Chi ascoltava poteva equivocare il linguaggio del notiziario, scambiando un racconto per un fatto.

Oggi, invece, siamo noi stessi a partecipare alla costruzione e alla diffusione delle nostre paure.

Ogni messaggio inoltrato senza controllo diventa un nuovo anello della catena. Ogni genitore che lo ripete come una certezza gli conferisce un'apparente credibilità. Ogni commento indignato contribuisce a trasformare un'ipotesi in una verità sociale.

E non serve neppure un grande autore come Orson Welles.

Basta qualcuno che scriva di aver saputo qualcosa da un amico, aggiunga qualche dettaglio terrificante e concluda invitando tutti a condividere.

Il resto lo facciamo noi.

Perché questo episodio dovrebbe preoccuparci molto più della singola notizia falsa.

Una società che perde la capacità di verificare le informazioni diventa vulnerabile a qualsiasi manipolazione: commerciale, ideologica, politica.

E una società che rinuncia perfino al dubbio è ancora più fragile, perché non percepisce più la propria vulnerabilità.

Nel 1938 qualcuno credette che i marziani fossero arrivati sulla Terra.

Nel 2026, a Verona, qualcuno ha creduto all'esistenza di bande di stupratori organizzati sulla base di messaggi che non dimostravano nulla del genere.

La tecnologia è cambiata. Gli strumenti per informarci sono infinitamente migliori. Eppure, in certe circostanze, la nostra capacità di distinguere il vero dal verosimile sembra essere rimasta drammaticamente indietro.

Con una differenza: allora la radio parlava e il pubblico ascoltava.

Oggi il pubblico scrive, inoltra, commenta, si indigna e alimenta da solo il proprio panico.

Forse, più che preoccuparci dell'invasione dei maranza, dovremmo domandarci che fine abbia fatto il pensiero critico.

Perché i marziani di Orson Welles non erano mai arrivati.

Ma questa incapacità di distinguere ciò che sappiamo da ciò che temiamo è reale. Ed è già entrata nelle nostre case.

La Redazione 

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