Dietro ogni licenziamento ci sono figli e nipoti. Ma continuiamo a chiederci perché i giovani protestano.
 

In quattro anni, in Italia, oltre un milione di cessazioni d'impresa e quasi due milioni di licenziamenti. Sono numeri che raccontano molto più dell'economia: raccontano famiglie, difficoltà quotidiane, aspettative tradite e ragazzi che osservano il mondo degli adulti. Eppure, quando questi ragazzi scendono in piazza, sembra che nessuno ricordi da dove vengono.

Disuguaglianze, la ruggine della democrazia - la Repubblica
 
  Quando leggiamo che un'azienda ha chiuso, che alcune centinaia di lavoratori sono stati licenziati o che una grande industria ha deciso di ridimensionare la produzione, siamo abituati a ragionare in termini economici. Ci preoccupiamo dei mercati, della competitività, dei bilanci, del prodotto interno lordo.

Qualche volta ci occupiamo anche dei lavoratori.

Quasi mai, però, ci domandiamo che cosa accada nelle loro case. Soprattutto, sembriamo dimenticare che quei lavoratori hanno figli e nipoti, che quei figli e nipoti crescono, osservano, capiscono e, inevitabilmente, giudicano il mondo che gli adulti stanno lasciando loro.

È una dimenticanza enorme. Una cecità sociale che diventa ancora più difficile da giustificare quando, davanti alle manifestazioni giovanili di questi giorni, ci mostriamo sorpresi, irritati o scandalizzati.

Come se quei ragazzi fossero comparsi improvvisamente dal nulla. Come se non avessero una famiglia, una storia, una condizione economica e sociale. Come se le difficoltà dei loro genitori non li riguardassero.

Eppure i numeri sono sotto gli occhi di tutti.

Oltre un milione di cessazioni d'impresa e quasi due milioni di licenziamenti

Tra il 2022 e il 2025, secondo i dati Unioncamere e InfoCamere, in Italia sono state registrate 1.087.470 cessazioni d'impresa. Nello stesso periodo, le nuove iscrizioni sono state 1.271.982, con un saldo complessivamente positivo di 183.512 attività.

Nello stesso quadriennio, secondo i dati INPS relativi ai contratti a tempo indeterminato del settore privato osservato, si sono registrati 1.930.509 licenziamenti, dei quali 1.505.037 per ragioni economiche e 425.472 per ragioni disciplinari.

Sono cifre che meritano di essere riportate integralmente.

Anno

Imprese cessate

Licenziamenti

2022

264.546

510.540

2023

270.011

464.802

2024

285.979

475.801

2025

266.934

479.366

Totale

1.087.470

1.930.509

Fonti: Unioncamere–InfoCamere, Movimprese; INPS, Osservatorio sul mercato del lavoro, serie annuali 2022–2025. Le cessazioni non sono tutte fallimenti; i licenziamenti riguardano rapporti di lavoro e non necessariamente persone distinte.
 

I dati sulle imprese riguardano anche attività che hanno cessato volontariamente e non necessariamente aziende in crisi. I licenziamenti, inoltre, non equivalgono a una perdita netta di quasi due milioni di occupati: nello stesso periodo sono stati creati nuovi posti di lavoro e il saldo complessivo dell'occupazione è cresciuto.

Ma sarebbe un errore utilizzare questa precisazione per ignorare ciò che quei numeri rappresentano.

Ogni licenziamento può significare una persona costretta a riorganizzare la propria esistenza, a cercare un altro lavoro, ad accettare condizioni peggiori oppure a consumare risparmi costruiti in anni di sacrifici.

Ogni cessazione d'impresa può significare un piccolo imprenditore che rinuncia a un'attività, un artigiano che chiude il laboratorio, un commerciante che abbassa definitivamente la serranda. Non sempre accade per una crisi economica, naturalmente. Ma quando accade, le conseguenze difficilmente si fermano alla porta dell'azienda.

E dietro quella porta, molto spesso, c'è una famiglia.

C'è un figlio che rinuncia a una gita scolastica. Una ragazza che comprende che iscriversi all'università fuori sede potrebbe essere economicamente impossibile. Un nipote che ascolta i nonni parlare con preoccupazione delle difficoltà dei genitori. Ci sono adulti che cercano di nascondere le proprie paure e adolescenti che le riconoscono benissimo.

Non possiamo sapere quante famiglie abbiano vissuto esattamente queste situazioni a partire dai dati disponibili. Possiamo però comprendere quanto sia irragionevole immaginare che milioni di vicende lavorative rimangano confinate nella vita del singolo lavoratore.

I ragazzi non vivono in un mondo separato da quello degli adulti

Un adolescente non ha bisogno di conoscere il significato di spread, inflazione o produttività per accorgersi che qualcosa non funziona.

Gli basta vedere la preoccupazione sul volto di suo padre. Ascoltare sua madre mentre cerca di capire come affrontare una spesa inattesa. Osservare un fratello maggiore che, nonostante gli studi, continua a passare da un contratto precario all'altro.

Gli basta vivere in una famiglia dove si lavora molto, si guadagna poco e il futuro rimane costantemente incerto.

E non occorre nemmeno trovarsi personalmente in una situazione di povertà. I ragazzi si confrontano con gli amici, conoscono le difficoltà dei compagni di scuola, osservano ciò che accade nel quartiere, ascoltano le notizie, vedono attività commerciali chiudere e persone perdere il lavoro.

Vivono immersi nella stessa società degli adulti, con una differenza sostanziale: per loro quella società non rappresenta soltanto il presente, ma il futuro nel quale dovranno trascorrere gran parte della propria esistenza.

Quando un adulto perde il lavoro a cinquant'anni, suo figlio non assiste soltanto a un problema economico familiare. Può vedere incrinarsi una promessa sulla quale è stata costruita un'intera educazione: studia, impegnati, comportati correttamente, lavora e riuscirai a costruirti una vita dignitosa.

Che cosa succede quando quella promessa comincia ad apparire poco credibile?

E soprattutto, che cosa ci autorizza a pensare che i giovani non se ne accorgano?

Le piazze di ottobre: giovani arrabbiati con un mondo che conoscono fin troppo bene

Le cronache di questi giorni descrivono un'Europa attraversata da manifestazioni e tensioni sociali.

Il 16 ottobre 2026, in Italia, migliaia di studenti sono scesi in piazza in numerose città, da Torino a Roma, da Bologna a Napoli, da Padova a Cagliari. Secondo gli organizzatori, i partecipanti sono stati oltre 400.000, un numero che va considerato come una loro stima.

Le rivendicazioni riguardavano le condizioni delle scuole, gli investimenti nell'istruzione, le politiche governative, le spese militari, l'immigrazione e il costo della vita. Non sono mancati scontri con le forze dell'ordine ed episodi di violenza, che meritano di essere valutati e giudicati per quello che sono.

Negli stessi giorni, anche in Francia, Spagna, Portogallo e altri Paesi europei si sono svolte manifestazioni legate al carovita, alle difficoltà abitative, ai salari e alla qualità dei servizi pubblici. Il 19 ottobre Euronews ha descritto un malcontento che, pur assumendo forme differenti nei vari Paesi, trova un elemento comune nella crescente pressione economica sulle famiglie.

 

 

FRANCE-SOCIAL-DEMO
 
 
 
ITALY-POLITICS-EDUCATION-PROTEST
  

Non sappiamo quanti dei ragazzi scesi in piazza abbiano genitori o nonni che hanno perso il lavoro negli ultimi quattro anni. Sarebbe scorretto inventare una correlazione statistica che non è stata misurata.

Ma è davvero necessario conoscere quella percentuale per riconoscere una questione sociale così evidente?

Fra quelle centinaia di migliaia di giovani ci saranno certamente storie familiari diverse: famiglie benestanti, famiglie povere, genitori occupati, disoccupati, pensionati, piccoli imprenditori, lavoratori precari. Non esiste una sola condizione giovanile e non esiste una sola ragione per manifestare.

Eppure sembra che, nel dibattito pubblico, nessuno voglia affrontare fino in fondo una domanda fondamentale: quanto della rabbia di questi ragazzi deriva da ciò che hanno visto accadere alle persone che amano?

Quanto deriva dall'aver assistito all'impoverimento di una famiglia, alla perdita di un lavoro, al ridimensionamento delle aspettative, all'incertezza diventata una condizione permanente?

Quanto deriva dalla percezione che gli adulti continuino a discutere di crescita economica mentre la possibilità di costruirsi una vita autonoma appare sempre più lontana?

Non sono domande che giustificano la violenza. Sono domande che una società interessata a comprendere le proprie tensioni dovrebbe avere il dovere di porsi.

La violenza fa notizia. Il disagio che la precede molto meno.

Quando una manifestazione degenera, l'attenzione si concentra immediatamente sui danneggiamenti, sugli scontri, sulle responsabilità individuali e collettive.

È giusto che accada. La violenza non diventa accettabile per il solo fatto di nascere da una condizione di disagio. Chi aggredisce una persona, distrugge beni pubblici o privati o mette in pericolo altri cittadini deve rispondere delle proprie azioni.

Ma fermarsi a questo significa rinunciare a comprendere una parte essenziale del problema.

Una cosa è individuare le responsabilità di un episodio violento. Un'altra è spiegare perché tanti giovani avvertano la necessità di manifestare, protestare o contestare le istituzioni che dovrebbero rappresentarli.

Sono due questioni distinte, entrambe importanti.

Eppure la seconda viene frequentemente oscurata dalla prima.

Una fotografia di un cassonetto incendiato può occupare le prime pagine dei giornali. La storia di una famiglia che, dopo un licenziamento, ha dovuto modificare ogni aspetto della propria vita difficilmente riceverà la stessa attenzione.

Ma quel ragazzo che guarda il cassonetto bruciare potrebbe essere il figlio di qualcuno che ha perso il lavoro. Potrebbe avere un nonno che lo aiuta economicamente, una madre precaria, un padre che fatica a pagare il mutuo.

Potrebbe anche non avere nessuno di questi problemi e manifestare per convinzioni politiche, solidarietà o timore per il futuro.

Il punto non è attribuire automaticamente una causa economica a ogni protesta, ma smettere di trattare i manifestanti come individui scollegati dalle condizioni sociali nelle quali sono cresciuti.

Chiedersi perché un ragazzo sia arrabbiato non significa assolverlo da ciò che fa. Significa riconoscergli una storia, invece di ridurlo a un'immagine di cronaca.

La famiglia è il luogo dove le crisi economiche diventano esperienze umane

Esiste un passaggio che le statistiche raccontano raramente: quello attraverso il quale una difficoltà economica si trasforma in esperienza familiare e, successivamente, in percezione del mondo.

Un licenziamento è un evento lavorativo per chi lo registra. Per chi lo subisce può diventare una questione di identità, autostima, stabilità economica e relazioni personali.

Per i figli può significare scoprire precocemente la fragilità della condizione sociale dei propri genitori.

Una famiglia non è una somma di individui economicamente indipendenti. È un sistema di relazioni nel quale le difficoltà, le rinunce e le preoccupazioni di uno si riflettono inevitabilmente sugli altri.

E la famiglia non finisce necessariamente con genitori e figli. Ci sono nonni che contribuiscono alle spese, pensioni che sostengono interi nuclei familiari, giovani adulti che rimangono in casa perché non possono permettersi un'abitazione autonoma.

Ci sono reti di solidarietà familiare che permettono a molte persone di affrontare situazioni che, senza quell'aiuto, potrebbero diventare insostenibili.

Queste reti sono preziose, ma non dovremmo confondere la loro capacità di resistenza con la salute del sistema economico e sociale che le rende necessarie.

Quando una famiglia riesce a sostenere un figlio disoccupato grazie alla pensione dei nonni, possiamo certamente riconoscere il valore di quella solidarietà. Dovremmo però domandarci perché quel sostegno sia diventato indispensabile.

E dovremmo chiederci che idea della società si faccia un giovane che osserva queste dinamiche per anni.

La cecità più grave è pretendere che i giovani non vedano

Forse l'aspetto più difficile da accettare è proprio questo: continuiamo a comportarci come se i ragazzi non vedessero.

Come se non comprendessero le difficoltà economiche dei loro genitori, il deterioramento di alcuni servizi pubblici, le disuguaglianze sociali, la precarietà lavorativa o la contraddizione tra le opportunità promesse e quelle realmente disponibili.

Li invitiamo a studiare, a impegnarsi, a rispettare le regole, a essere responsabili.

Sono richieste legittime.

Ma la responsabilità non può essere una virtù pretesa esclusivamente dai giovani.

Una società che chiede ai ragazzi di credere nel futuro deve preoccuparsi seriamente di renderlo credibile. Una società che pretende fiducia nelle istituzioni deve dimostrare che quelle istituzioni riconoscono i problemi delle persone e cercano concretamente di affrontarli.

Non è sufficiente spiegare che il saldo delle imprese è positivo, che gli occupati aumentano o che alcuni indicatori macroeconomici mostrano segnali incoraggianti.

Quei dati sono importanti e devono essere riconosciuti. Ma non possono esaurire il racconto della realtà.

Nel quadriennio 2022–2025 il sistema imprenditoriale italiano ha registrato più aperture che chiusure. La crescita numerica delle imprese, però, non risponde da sola a una domanda essenziale: che cosa è accaduto alle famiglie coinvolte nelle cessazioni, nelle ristrutturazioni e nei licenziamenti?

Non basta sapere quanti posti di lavoro vengono creati. Occorre sapere quali, dove, con quali retribuzioni, con quale stabilità e con quali prospettive.

Soprattutto, bisogna comprendere come queste condizioni influenzino la vita delle nuove generazioni.

Perché un giovane non valuta il futuro soltanto leggendo le statistiche sull'occupazione.

Lo valuta anche osservando la vita delle persone che conosce.

Un'intera generazione non può essere considerata estranea alle difficoltà delle proprie famiglie

Il punto, allora, non è sostenere che tutte le manifestazioni abbiano un'origine economica, né che tutti i ragazzi che protestano appartengano a famiglie colpite dalla crisi.

Il punto è riconoscere che non esiste una separazione netta tra le difficoltà degli adulti e la formazione della coscienza sociale dei giovani.

Non sappiamo quanti siano i figli e i nipoti delle persone coinvolte in quasi due milioni di licenziamenti registrati in quattro anni. Non possiamo neppure sommare meccanicamente quei dati alle cessazioni d'impresa per calcolare le famiglie colpite.

Ma sappiamo che il lavoro, il reddito e la stabilità economica hanno conseguenze che vanno ben oltre i singoli individui.

E sappiamo che i giovani non vivono al riparo da queste conseguenze.

Per questo considero imperdonabile una certa cecità del dibattito pubblico. Non perché manchino le statistiche, ma perché spesso manca la volontà di ricondurle alle persone, alle loro relazioni, alla continuità fra una generazione e l'altra.

I ragazzi che oggi manifestano non sono nati questa mattina. Sono cresciuti nelle famiglie italiane ed europee degli ultimi vent'anni. Hanno attraversato, insieme agli adulti, crisi economiche, pandemia, aumento dei prezzi, incertezze lavorative, guerre e tensioni sociali.

Hanno visto gli adulti prendere decisioni. Ne hanno ascoltato le promesse. Ne hanno osservato i risultati.

E adesso, quando manifestano il loro malcontento, sembriamo stupirci.

Forse dovremmo cominciare a considerare che una parte di quella protesta non sia altro che la risposta di una generazione a ciò che ha vissuto e continua a vivere.

Una risposta che può essere confusa, radicale, contraddittoria e, in alcuni casi, esprimersi in comportamenti inaccettabili. Ma che non per questo può essere liquidata come un fenomeno privo di radici.

Prima di chiederci che cosa abbiano questi ragazzi contro la società, dovremmo domandarci quale società abbiano conosciuto attraverso la vita dei loro genitori e dei loro nonni.

Perché dietro ogni azienda che chiude può esserci una famiglia. Dietro ogni lavoratore licenziato possono esserci figli, nipoti, persone che osservano e soffrono.

E dietro molti dei giovani che vediamo oggi nelle piazze potrebbe esserci proprio una di quelle storie che, quando erano soltanto numeri nelle statistiche economiche, non abbiamo ritenuto abbastanza importanti da ascoltare.

Il fatto che non riusciamo più a vedere questo legame, o che preferiamo ignorarlo, è probabilmente una delle forme più gravi della nostra cecità sociale.

 La Redazione 
 

Fonti e riferimenti

Per i dati economici: Unioncamere–InfoCamere, Movimprese 2022–2025; INPS, Osservatorio sul mercato del lavoro. Per le cronache: ANSA, 16 ottobre 2026 – Manifestazioni studentesche in Italia; Euronews, 19 ottobre 2026 – Le pressioni economiche dietro le proteste europee.

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