Giuseppe Conte, il Covid e l’attacco politico dalla maggioranza di governo

C’è una cosa che va detta subito, con chiarezza, senza giri di parole: Giuseppe Conte, ad oggi, non risulta penalmente condannato né sotto processo per la gestione del Covid. Le sue posizioni giudiziarie sono state tutte definitivamente archiviate.

Questo è il punto da cui bisognerebbe partire. Non dalle urla. Non dalle ricostruzioni interessate. Non dalle campagne politiche costruite a distanza di anni. Dai fatti.

Conte è stato presidente del Consiglio in un momento drammatico della storia recente. Il Paese era investito da una pandemia sconosciuta, gli ospedali erano sotto pressione, la paura attraversava famiglie, imprese, scuole, lavoratori, anziani, medici, infermieri, e politicamente rischiavamo di essere additati, dagli stati a noi confiinanti, come gli "untori d'europa". In quel contesto, il governo dovette decidere in fretta, spesso con informazioni incomplete, davanti a una minaccia che nessuno aveva mai gestito prima, in quelle proporzioni.

Si può discutere tutto. Si possono criticare scelte, tempi, comunicazione, chiusure, aperture, errori e ritardi. In democrazia è legittimo. Ma un conto è discutere politicamente la gestione di una crisi, un altro è trasformare quella crisi in un processo permanente contro una persona che, sul piano giudiziario, ha già visto archiviate le accuse.

Nel giugno 2023 il Tribunale dei ministri di Brescia ha archiviato le posizioni di Giuseppe Conte e dell’ex ministro Roberto Speranza nell’inchiesta sulla gestione della prima fase della pandemia nella zona di Bergamo e della Val Seriana. Le accuse erano pesantissime: epidemia colposa e omicidio colposo. Ma quelle posizioni sono state archiviate. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, la decisione è arrivata accogliendo la richiesta della Procura.

Questo significa una cosa semplice: Conte non è stato condannato. Non è oggi imputato per quei fatti nelle principali vicende note. Non esiste una verità giudiziaria che lo dipinga come responsabile penale della tragedia Covid.

E allora perché, ancora oggi, una parte della politica continua a trattarlo come se fosse sotto processo e già colpevole?

La risposta è politica. Conte è diventato un bersaglio perché rappresenta, agli occhi di molti italiani, e dei partiti suoi avversari, un’idea di Stato che prova a mettere al centro la protezione della popolazione, il ruolo pubblico, la sanità, la tutela dei più fragili. Durante la pandemia ha assunto decisioni durissime, spesso impopolari, ma dentro una logica dichiarata: evitare che il Paese precipitasse in una catastrofe sanitaria ancora più grande. 

Ma non solo. In quella fase, Giuseppe Conte aveva anche avviato un processo di forte innovazione del sistema economico, con l’introduzione del Superbonus 110%, misura che, al netto delle distorsioni applicative di chi gli è succeduto, e delle responsabilità di chi ne ha abusato, ha ottenuto l’obiettivo di rilanciare l’edilizia, migliorare l’efficienza energetica degli immobili e sostenere famiglie e imprese.

Ricordiamo poi l'invenzione del PNRR, e la massa enorme di fondi che fece destinare all'Italia.

Allo stesso tempo, il suo governo aveva posto il tema di una riforma della giustizia capace di incidere su meccanismi profondi del potere, limitando spazi di opacità, protezioni incrociate e zone grigie nelle quali troppo spesso prosperano figure legate al malaffare dentro e attorno alle istituzioni.

Proprio su quel terreno, Conte comprese che la sua permanenza alla Presidenza del Consiglio era diventata sempre più fragile. Toccare determinati equilibri significava entrare in collisione con interessi forti, con apparati consolidati e con settori politici che non avevano alcuna intenzione di permettere un reale cambiamento.

Anche per questo, oggi, il tentativo di sporcare la sua figura pubblica appare come l’ultimo capitolo di una lunga offensiva politica. Non potendo cancellare il dato fondamentale — e cioè che Conte non risulta penalmente condannato né sotto processo per le principali vicende legate alla gestione Covid, essendo state archiviate le sue posizioni giudiziarie — si prova a colpirlo sul piano mediatico, insinuando dubbi, alimentando sospetti e costruendo una narrazione utile a indebolirne la credibilità davanti ai cittadini.

Chi oggi lo attacca vorrebbe riscrivere quella stagione come se tutto fosse stato semplice, come se nel 2020 esistesse già una mappa chiara, come se ogni decisione fosse ovvia. Ma non era così. L’Italia fu tra i primi Paesi occidentali travolti dal virus. Il governo si trovò davanti a una crisi sanitaria, sociale ed economica senza precedenti. È troppo comodo, anni dopo, trasformare l’incertezza di allora in una colpa personale.

La Commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza Covid, istituita con la legge n. 22 del 5 marzo 2024, avrebbe dovuto servire a capire, ricostruire, migliorare lo Stato, preparare il Paese a future emergenze.

Invece, il rischio evidente è che venga usata come un tribunale politico contro Conte.

E qui arriva il punto più delicato, quello che oggi rende tutta la vicenda ancora più grave.

Secondo notizie di stampa e secondo quanto emerso nel dibattito parlamentare, il governo Meloni ha chiuso una transazione da oltre 100 milioni di euro con JC Electronics Italia S.r.l., società legata all’imprenditore Dario Bianchi, figura indicata da alcune testate come uno dei principali accusatori della gestione Covid nelle audizioni della Commissione. La transazione sarebbe stata siglata il 31 ottobre 2025 e confermata dal ministro della Salute Orazio Schillaci in Senato.

Formalmente, il governo Meloni sostiene che quell’accordo, costosissimo, servisse a chiudere un contenzioso civile sulle forniture di mascherine e a ridurre il rischio di un esborso ancora più alto per lo Stato. 

Di fatto, hanno pagato all’unico vero accusatore di Conte ben 100 milioni di euro di indennizzo, prima che si arrivasse alla sentenza d’appello. Secondo il governo Meloni, per evitare di pagare una cifra ancora più alta; secondo chi sta gestendo l’inchiesta, invece, quei soldi sarebbero serviti a pagare l’impegno accusatorio di Bianchi prima che l’appello potesse togliere la ragione alla JC Electronics Italia S.r.l. e costringere la maggioranza a cercare i soldi altrove, sia per l’impegno di Bianchi, sia per il suo silenzio sui retroscena dell’accordo.

Appare evidente che il sospetto politico esiste, pesa e pretende trasparenza totale.

Perché pagare prima della conclusione dell’appello?
Perché una transazione di questa portata non è stata chiarita subito in modo pubblico, completo, cristallino?
Perché un imprenditore coinvolto in un contenzioso così rilevante con lo Stato diventa anche un tassello nella narrazione politica contro l’ex presidente del Consiglio?
Perché chi chiede verità su Conte sembra molto meno interessato a fare piena luce sui rapporti economici tra lo Stato e alcuni accusatori della sua gestione?

Queste domande sono domande democratiche.

E sono domande ancora più forti perché Conte, invece di sottrarsi, ha chiesto di essere ascoltato. Ha chiesto di andare davanti alla Commissione Covid, pur contestandone l’uso politico. Secondo ANSA e Adnkronos, Conte ha scritto ai presidenti di Camera e Senato per poter essere audito, chiedendo garanzie sul suo successivo rientro nella Commissione.

Questo è un dato politico importante. Chi ha qualcosa da nascondere scappa. Chi vuole fare chiarezza si presenta.

Conte può piacere o non piacere. Può essere criticato, discusso, contestato. Ma oggi il quadro è questo: da una parte c’è un ex presidente del Consiglio la cui posizione giudiziaria, nelle principali vicende Covid note, è stata archiviata; dall’altra c’è una maggioranza politica che continua ad attaccarlo e che ora deve spiegare perché lo Stato abbia versato una somma enorme alla società di un imprenditore diventato protagonista dell’offensiva contro quella stessa stagione politica.

 

La vera domanda, allora, non è più solo: “Che cosa fece Conte durante il Covid?”

La vera domanda oggi è un’altra: chi sta cercando di riscrivere quella storia, con quali interessi, con quali soldi e con quale obiettivo politico?

Perché se si vuole davvero la verità, bisogna cercarla tutta. Non solo dove conviene alla maggioranza. Non solo contro Conte. Ma anche dentro le scelte, le transazioni, i pagamenti e i rapporti opachi che oggi emergono attorno a chi lo accusa.

La giustizia ha già detto una cosa fondamentale: Conte non è, ad oggi, un condannato né un imputato per le principali accuse sulla gestione Covid. La politica può continuare ad attaccarlo, ma non può cancellare questo fatto.

E i cittadini hanno il diritto di sapere se dietro certe accuse ci sia davvero sete di verità oppure soltanto il tentativo di infangare un avversario politico usando anche il peso, il potere e forse persino il denaro dello Stato.

La trasparenza non deve valere solo per Conte. Deve valere per tutti.

La Redazione

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