Il ghiaccio scompare, la montagna cambia: dopo il Nepal chiediamoci, quanto sono davvero sicure le Alpi italiane?

Molti ghiacciai alpini possono ormai essere considerati persi. Non scompariranno domani, ma la loro sorte è in larga parte segnata. E mentre arretrano lasciano dietro di sé pareti instabili, laghi, morene fragili, acqua e milioni di tonnellate di roccia che per secoli il gelo aveva contribuito a tenere ferme.

Il disastro avvenuto il 26 agosto 2026 tra Nepal e Tibet ha qualcosa di profondamente inquietante perché mostra con estrema chiarezza ciò che può accadere quando un ambiente di alta montagna perde improvvisamente il proprio equilibrio.

Nelle prime ore del 28 agosto il bilancio provvisorio aveva già raggiunto almeno 472 morti tra Nepal e Tibet, mentre quasi un migliaio di persone risultavano ancora disperse. Le operazioni di soccorso sono state a loro volta ostacolate dalla formazione di nuovi sbarramenti e laghi temporanei, con il timore di ulteriori ondate di piena.

Ma ciò che rende questo evento particolarmente significativo non è soltanto la sua dimensione.

In un primo momento i sismografi avevano registrato ciò che sembrava un terremoto. L'INGV ha poi chiarito che non si trattava di una scossa tettonica: un enorme blocco di ghiaccio e roccia si era staccato da un ghiacciaio precipitando per oltre un chilometro.

L'impatto e la successiva frana produssero un segnale sismico con un'energia paragonabile a quella di un terremoto di magnitudo 5,2.

La massa precipitata ostruì temporaneamente il fiume Lhende Khola. Quando quella diga naturale cedette, acqua, fango, rocce e detriti furono scaraventati verso valle.

È importante precisarlo: gli studiosi non hanno ancora stabilito quale sia stata la causa immediata del distacco. Sarebbe quindi scorretto sostenere che il cambiamento climatico abbia provocato direttamente quel singolo evento.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare ciò che sta accadendo alle montagne del pianeta.

Temperature più elevate, fusione accelerata dei ghiacciai e degradazione del permafrost stanno modificando profondamente la stabilità degli ambienti di alta quota. Ed è precisamente questo il tipo di pericolo sul quale da anni lavorano glaciologi, geologi e Protezione Civile.

La domanda, allora, riguarda inevitabilmente anche noi.

Quanto sono diverse le Alpi dall'Himalaya? E soprattutto: quanto possiamo continuare a considerare i ghiacciai alpini semplicemente come qualcosa che si sta sciogliendo?


Non stiamo più parlando soltanto di ghiacciai che arretrano

Per molti anni il ritiro dei ghiacciai è stato raccontato attraverso fotografie comparative.

Una foto del 1950. Una del 1980. Una di oggi.

Il ghiaccio diventa più piccolo, la fronte arretra e al suo posto compaiono rocce.

È un'immagine corretta, ma incompleta.

Perché un ghiacciaio non è semplicemente una gigantesca lastra di ghiaccio appoggiata sopra una montagna.

È una massa dinamica. Si muove, accumula e scarica acqua, esercita pressioni, riempie depressioni, sostiene indirettamente pareti e sedimenti, modifica il drenaggio della montagna.

Attorno ad esso esiste inoltre il permafrost, terreno o roccia che rimane a temperature inferiori allo zero per periodi molto lunghi e che, negli ambienti di alta quota, contribuisce alla stabilità dei versanti.

Quando tutto questo sistema si scalda, non avviene semplicemente una lenta trasformazione del paesaggio.

Può avvenire una fase di destabilizzazione.

Il ghiaccio si assottiglia. Si frattura. L'acqua penetra nelle discontinuità. Cambiano le pressioni all'interno e alla base del ghiacciaio. Le morene rimaste senza sostegno diventano più vulnerabili all'erosione. Il permafrost si degrada e pareti rocciose rimaste congelate per secoli possono perdere parte della loro coesione.

Il risultato è una montagna diversa.

E, in alcuni casi, più pericolosa.


Una realtà difficile da accettare: molti ghiacciai alpini sono ormai persi

Qui bisogna usare le parole con attenzione.

Dire che i ghiacciai alpini sono “persi” non significa sostenere che tra qualche anno non esisterà più un solo metro cubo di ghiaccio sulle Alpi.

Significa qualcosa di diverso.

Una parte consistente dei ghiacciai che abbiamo conosciuto nel Novecento non può più essere conservata nelle forme e nelle dimensioni attuali.

La loro inerzia è tale che continueranno a perdere massa anche se il riscaldamento globale venisse fortemente contenuto.

Uno studio pubblicato nel dicembre 2025 su Nature Climate Change, basato su tre differenti modelli glaciologici globali, arriva a una conclusione impressionante: nelle Alpi europee e più in generale nell'Europa centrale oltre la metà dei ghiacciai attualmente censiti potrebbe scomparire già entro i prossimi vent'anni.

Non entro il 2100.

Entro circa vent'anni.

Sono soprattutto i ghiacciai piccoli e medi a essere destinati a sparire per primi.

Naturalmente le politiche climatiche continuano ad avere un'importanza enorme. Limitare il riscaldamento significa salvare una parte maggiore del ghiaccio rimasto e soprattutto rallentare l'evoluzione successiva.

Ma esiste anche una perdita ormai incorporata nel sistema climatico.

Un altro studio pubblicato nel 2025 ha mostrato che perfino un eventuale ritorno delle temperature globali verso livelli inferiori dopo un temporaneo superamento di 1,5 °C non permetterebbe ai ghiacciai di recuperare rapidamente la massa perduta: una parte degli effetti continuerebbe per secoli.

È questo il passaggio culturale che forse facciamo ancora fatica ad accettare.

Per una parte dei ghiacciai alpini non stiamo più discutendo se riusciremo a salvarli.

Stiamo osservando il processo attraverso il quale scompariranno.

E proprio questa fase può essere una delle più delicate.


Il problema non è soltanto perdere il ghiaccio

Quando un ghiacciaio scompare cambia l'intera geometria della montagna.

Le conseguenze possibili sono molto diverse tra loro.

Può staccarsi direttamente una massa di ghiaccio.

Può crollare una parete rocciosa precedentemente stabilizzata dal gelo.

Un lago formatosi davanti al ghiacciaio può crescere rapidamente.

Una morena può essere incisa dall'acqua.

Una frana può precipitare sopra un ghiacciaio o dentro un lago.

Un torrente può essere temporaneamente sbarrato.

E lo sbarramento può successivamente cedere.

Quello che parte come un crollo di roccia o ghiaccio a 3.000 metri può così trasformarsi, attraverso una successione di fenomeni, in una piena o in una colata detritica molto più in basso.

È esattamente per questo che il Dipartimento della Protezione Civile e il CNR hanno pubblicato specifiche linee guida sulla pericolosità associata a ghiacciai e permafrost nelle aree montane.

Il problema non appartiene quindi alla fantascienza climatica. È già entrato nei manuali della Protezione Civile italiana.


Le Alpi italiane stanno già cambiando sotto i nostri occhi

Non è necessario aspettare un ipotetico futuro.

I segnali sono già visibili.

Il Catasto delle frane di alta quota realizzato dal CNR-IRPI ha censito, soltanto nel periodo compreso tra il 2000 e il 2023, 1.120 processi di instabilità naturale avvenuti sulle Alpi italiane sopra i 1.500 metri.

Tra questi figurano 443 colate detritico-torrentizie e 332 crolli di roccia.

Le regioni con il maggior numero di eventi censiti sono Valle d'Aosta, Trentino-Alto Adige, Lombardia e Piemonte.

Non significa naturalmente che tutti questi fenomeni siano stati provocati dal cambiamento climatico o dalla scomparsa dei ghiacciai.

Significa però che l'alta montagna italiana è tutt'altro che un ambiente immobile.

Ed esiste una relazione ormai ben documentata tra aumento delle temperature in quota, degradazione del permafrost e crescita di alcune tipologie di instabilità.

Il CNR aveva già osservato, analizzando gli eventi del 2022, che una parte molto rilevante delle instabilità d'alta quota si era verificata in presenza di anomalie termiche positive.

La Marmolada ne è diventata il simbolo.


Marmolada: ciò che sembrava improbabile è già successo

Il 3 luglio 2022 una parte del ghiacciaio della Marmolada collassò.

Morirono undici persone.

L'evento arrivò dopo settimane di temperature eccezionalmente elevate e dopo un inverno povero di neve.

Il glaciologo del CNR Renato Colucci spiegò allora che il caldo aveva verosimilmente prodotto grandi quantità di acqua liquida all'interno e alla base del ghiacciaio, creando condizioni particolarmente favorevoli al distacco.

Nella stessa occasione sottolineò un punto che oggi appare ancora più importante: sotto i 3.500 metri l'ambiente alpino si trova sempre più spesso in condizioni di forte disequilibrio rispetto al clima che lo aveva modellato.

La Marmolada non dimostra che ogni ghiacciaio alpino stia per collassare.

Dimostra però una cosa molto più concreta:

una massa glaciale apparentemente stabile può cambiare comportamento quando temperatura, acqua e struttura del ghiaccio superano determinate condizioni.

E undici persone sono morte perché questo è già accaduto.


Planpincieux: un ghiacciaio che viene controllato ventiquattr'ore al giorno

Se esiste un luogo italiano che mostra quanto il problema sia preso seriamente dalle istituzioni, è il ghiacciaio di Planpincieux, sul massiccio del Monte Bianco.

Non servono metafore.

Basta osservare quello che viene fatto.

Nel luglio 2026 la Regione Valle d'Aosta comunicava ufficialmente che il ghiacciaio continuava a essere sottoposto a monitoraggio ventiquattr'ore su ventiquattro, in collaborazione con Fondazione Montagna Sicura e Comune di Courmayeur.

In quei giorni alcune sue porzioni si muovevano verso valle a circa 80 centimetri al giorno. Durante altre fasi sono state registrate accelerazioni fino a circa due metri al giorno.

Non significa che Planpincieux stia per precipitare sulla città di Courmayeur.

Significa però che esiste un ghiacciaio sospeso sopra una valle abitata e intensamente frequentata la cui evoluzione viene seguita continuamente perché un distacco significativo è considerato uno scenario abbastanza realistico da richiedere sistemi di sorveglianza, procedure di chiusura e piani di protezione civile.

Questa è la concretezza del rischio.

Non la previsione della catastrofe, ma la necessità di prepararsi all'eventualità che avvenga.

Poco distante, il ghiacciaio del Miage racconta l'altra faccia dello stesso processo.

Dal 2020 al 2026 ha perso circa quindici metri di spessore.

Quindici metri di ghiaccio in sei anni.


Monte Rosa: quando ghiaccio, roccia e acqua cominciano a interagire

Un altro laboratorio naturale particolarmente interessante si trova sopra Macugnaga.

Il ghiacciaio del Belvedere è un cosiddetto debris covered glacier: gran parte della sua superficie è ricoperta da detriti.

ARPA Piemonte documenta una lunga storia di instabilità, comprendente crolli di roccia e ghiaccio, la formazione del famoso lago epiglaciale e il fenomeno di accelerazione del ghiacciaio — il surge — osservato nei primi anni Duemila.

Ma il dato forse più interessante arriva dagli ultimi anni.

Nel giugno 2024 precipitazioni molto intense interessarono l'alta Valle Anzasca. Le acque incisero torrenti e morene e generarono numerose colate detritiche che coinvolsero direttamente diversi ghiacciai dell'area del Monte Rosa, compreso il Belvedere. Macugnaga subì danni alla viabilità, agli edifici e ai sottoservizi.

Pochi mesi dopo, il 26 dicembre 2024, uno sperone roccioso crollò dal Colle delle Locce.

La massa percorse circa 2,2 chilometri, attraversò il ghiacciaio sottostante e raggiunse il lago delle Locce dopo un dislivello di circa 1.100 metri.

Secondo ARPA Piemonte, il materiale mobilizzato superò mezzo milione di metri cubi di roccia e ghiaccio.

Questo è esattamente il genere di fenomeno che dovrebbe farci cambiare il modo di osservare le montagne.

Il ghiacciaio non è l'unico problema.

Il ghiacciaio diventa parte di un sistema nel quale possono interagire roccia, acqua, neve, morene, laghi e torrenti.

E una volta che il movimento comincia, le distanze percorse possono essere molto grandi.


Fellaria: dove prima c'era ghiaccio oggi c'è un lago

In Valmalenco, il ghiacciaio di Fellaria offre forse una delle immagini più immediate della trasformazione alpina.

Tra il 2007 e il 2021 il ritiro della fronte orientale ha lasciato spazio a un lago che ha raggiunto una superficie superiore a 200.000 metri quadrati.

La fronte glaciale affacciata sul lago è fortemente fratturata e interessata da frequenti fenomeni di calving, cioè crolli di blocchi di ghiaccio nell'acqua.

Il Servizio Glaciologico Lombardo ha dovuto pubblicare specifici avvertimenti per impedire agli escursionisti di avvicinarsi eccessivamente alla fronte.

Non siamo necessariamente davanti a uno scenario che minaccia direttamente i paesi della valle.

Ma siamo davanti alla nascita, nel giro di pochi anni, di una nuova configurazione geografica.

Dove esisteva una lingua glaciale oggi esistono acqua, pareti di ghiaccio instabili e sedimenti appena liberati.

E questo processo sta avvenendo contemporaneamente in numerose zone delle Alpi.


Il ghiacciaio dei Forni sta scomparendo davanti a noi

Il caso del ghiacciaio dei Forni, nel gruppo Ortles-Cevedale, è ancora più impressionante.

È uno dei maggiori ghiacciai italiani.

Il 26 agosto 2026, proprio mentre dall'Himalaya arrivavano le prime notizie della tragedia, la Carovana dei Ghiacciai di Legambiente diffondeva i nuovi dati raccolti insieme al Servizio Glaciologico Lombardo e all'Università Statale di Milano.

Il ghiacciaio si è ritirato di chilometri rispetto alla sua estensione storica.

Tra il 2014 e il 2022 la fronte ha perso oltre 400 metri e in alcuni punti lo spessore è diminuito di circa 70 metri.

Durante le giornate più calde può perdere fino a una decina di centimetri di spessore in un solo giorno.

Ma forse il segnale più importante è la sua frammentazione.

Un grande ghiacciaio non arretra necessariamente mantenendo la propria forma.

Si assottiglia, emergono speroni rocciosi precedentemente sepolti, la lingua si divide, il sistema perde continuità.

Arriva un momento nel quale il ghiacciaio che conoscevamo esiste ancora sulle mappe, ma fisicamente è già un'altra cosa.


Il permafrost: il ghiaccio invisibile che teneva insieme la montagna

Esiste poi un problema meno spettacolare dei ghiacciai, ma probabilmente altrettanto importante.

Il permafrost.

Alle alte quote l'acqua presente nelle fratture della roccia può restare congelata per lunghissimi periodi.

Quando la temperatura del terreno aumenta, quel ghiaccio si degrada.

Non significa che ogni parete rocciosa comincerà improvvisamente a franare.

Significa però che cambia una delle condizioni che per secoli ne hanno determinato la stabilità.

Pareti apparentemente solide possono diventare più vulnerabili.

Blocchi che per generazioni sono rimasti congelati nella montagna possono iniziare a muoversi.

Il Dipartimento della Protezione Civile considera ormai esplicitamente la degradazione del permafrost tra i processi che possono contribuire alla formazione di nuovi pericoli negli ambienti montani.

E questo elemento introduce una conseguenza che spesso sfugge.

La scomparsa dei ghiacciai non elimina necessariamente il rischio.

In alcuni casi lo trasforma.

Una montagna senza ghiacciaio non ritorna semplicemente a essere la montagna che esisteva prima del ghiaccio.

Rimane un ambiente profondamente modificato, con pareti liberate, sedimenti instabili, nuovi laghi, nuovi percorsi dell'acqua e permafrost degradato.


Il vero pericolo è la catena degli eventi

La tragedia del Nepal insegna soprattutto questo.

Un singolo fenomeno può produrne un altro.

E poi un altro ancora.

Crolla una massa di ghiaccio e roccia.

La frana raggiunge un corso d'acqua.

Il fiume viene sbarrato.

Dietro la diga naturale si accumulano milioni di metri cubi d'acqua.

La diga cede.

L'acqua trascina sedimenti.

Il flusso aumenta di volume.

Diventa una colata di fango, massi e alberi.

E quando raggiunge un paese a valle il ghiacciaio dal quale tutto è cominciato può trovarsi a molti chilometri di distanza.

È per questo che sarebbe sbagliato chiedersi soltanto:

«Quali paesi italiani hanno un ghiacciaio sopra le case?»

La domanda corretta è più complessa:

quali paesi, strade, rifugi, impianti, dighe e infrastrutture si trovano lungo le possibili traiettorie dei fenomeni che possono originarsi nelle aree glaciali e periglaciali?

La differenza è enorme.

Perché amplia drasticamente il territorio che deve essere studiato.


Non sappiamo prevedere tutto

L'Italia dispone fortunatamente di strumenti che in molte altre regioni montane del mondo non esistono.

Radar interferometrici, satelliti, droni, fotogrammetria, stazioni meteorologiche, GPS, telecamere ad alta risoluzione permettono di misurare movimenti anche molto piccoli.

Planpincieux ne è un esempio.

Ma il monitoraggio non rende innocua la montagna.

È molto efficace quando un fenomeno mostra un'accelerazione progressiva.

Diventa più difficile quando diversi processi interagiscono rapidamente: una frana che entra in un lago, l'improvvisa apertura di un circuito idrico subglaciale, il collasso di una parete, la rottura di una morena.

Esistono fenomeni che possono essere previsti con giorni o ore di anticipo.

Altri molto meno.

La tecnologia può ridurre enormemente il rischio.

Non può abolirlo.


I ghiacciai stanno morendo. Il problema è anche ciò che lasciano dietro di sé

Per decenni abbiamo associato la scomparsa dei ghiacciai a due immagini: l'aumento del livello dei mari e la perdita di una componente straordinaria del paesaggio alpino.

Sono entrambe corrette.

Ma non bastano più.

Nelle Alpi la scomparsa dei ghiacciai significa anche affrontare una fase di profonda trasformazione geomorfologica.

Per molti dei ghiacciai minori il processo è ormai difficilmente reversibile su tempi compatibili con una vita umana.

Possiamo e dobbiamo ancora decidere quanto ghiaccio perdere, quanto rapidamente perderlo e quanti dei ghiacciai maggiori riusciranno a sopravvivere.

Ma non possiamo più ragionevolmente immaginare di riportare le Alpi, nel giro di qualche decennio, alla configurazione glaciale del Novecento.

Quel mondo è in gran parte già perduto.

E ora dobbiamo occuparci anche della montagna che resterà.

Una montagna con meno ghiaccio non è automaticamente una montagna più sicura.

Durante questa transizione può essere esattamente il contrario.

La Marmolada ha dimostrato che un collasso glaciale capace di uccidere undici persone può avvenire anche sulle Alpi italiane.

Planpincieux dimostra che esistono masse glaciali la cui evoluzione richiede un controllo continuo.

Il Monte Rosa dimostra che mezzo milione di metri cubi di roccia e ghiaccio possono staccarsi, attraversare un ghiacciaio e percorrere chilometri.

Fellaria mostra quanto rapidamente una lingua glaciale possa trasformarsi in un lago.

Il ghiacciaio dei Forni mostra quanto velocemente uno dei giganti delle Alpi possa frammentarsi e perdere spessore.

E il Catasto del CNR, con oltre mille fenomeni di instabilità di alta quota censiti in poco più di vent'anni, ricorda che non stiamo discutendo di qualche episodio eccezionale isolato.

Il disastro del Nepal non deve quindi essere utilizzato per sostenere che domani una tragedia identica avverrà in Italia.

Sarebbe una conclusione semplicistica e scientificamente indifendibile.

Ci dice però qualcosa di altrettanto serio.

Quando ghiaccio, roccia e acqua perdono l'equilibrio che li ha tenuti insieme per decenni o secoli, le conseguenze possono propagarsi molto più lontano dal punto di origine di quanto immaginiamo.

Sulle Alpi questo equilibrio sta cambiando.

Lo vediamo nelle misurazioni.

Lo vediamo nelle fotografie.

Lo vediamo nei laghi che compaiono dove prima c'era ghiaccio.

Lo vediamo nelle pareti che crollano e nei ghiacciai che vengono controllati giorno e notte.

Possiamo continuare a chiamarla fusione dei ghiacciai.

Ma ormai è qualcosa di più.

È la ristrutturazione fisica delle nostre montagne.

E la sicurezza delle comunità alpine nei prossimi decenni dipenderà anche da quanto rapidamente saremo capaci di comprenderla, monitorarla e adattare il territorio a montagne che non saranno più quelle sulle quali abbiamo costruito strade, rifugi, impianti e paesi nel secolo scorso.

La Redazione

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