Il problema dell’incomprensione sui no-vax nato durante la pandemia di COVID-19

Prima della pandemia, la parola “no-vax” aveva un significato relativamente preciso. Indicava chi rifiutava in linea di principio la vaccinazione, contestandone l’utilità, la sicurezza o la legittimità. Comprendeva posizioni differenti, dalle preoccupazioni sincere fino alle teorie secondo cui i vaccini sarebbero strumenti di controllo sociale, ma conservava un elemento comune: la diffidenza non riguardava soltanto un prodotto specifico, bensì la pratica vaccinale nel suo complesso.

Durante la pandemia di COVID-19 questo significato si è progressivamente deformato. L’espressione “no-vax” è stata estesa fino a comprendere persone molto diverse tra loro: contrari storici alle vaccinazioni, esitanti, critici verso uno specifico prodotto, individui favorevoli ai vaccini ma contrari all’obbligo, persone preoccupate per gli effetti avversi, guariti che ritenevano di possedere già una protezione naturale e cittadini che contestavano soprattutto il Green Pass e le conseguenze lavorative della mancata vaccinazione.

Questa sovrapposizione ha prodotto una delle principali incomprensioni nate durante l’emergenza sanitaria: non tutti coloro che rifiutarono o rimandarono il vaccino contro il COVID-19 erano contrari alla vaccinazione in generale.

“No-vax” non è una diagnosi scientifica

La stessa Organizzazione mondiale della sanità utilizza un concetto più articolato: quello di vaccine hesitancy, traducibile come “esitazione vaccinale”. Essa comprende il ritardo nell’accettazione o il rifiuto di una vaccinazione nonostante la disponibilità del servizio. Soprattutto, l’OMS precisa che si tratta di un fenomeno complesso e dipendente dal contesto, capace di variare nel tempo, nei diversi luoghi e rispetto ai singoli vaccini.

Una persona può quindi essere vaccinata contro il tetano, la poliomielite, l’epatite o l’influenza e, nello stesso tempo, nutrire dubbi verso un vaccino anti-COVID-19. Può accettare le vaccinazioni pediatriche ma rifiutare una dose di richiamo. Può considerare utile un vaccino per un anziano fragile e non ritenerlo altrettanto necessario per un giovane sano. Può fidarsi della vaccinazione come principio medico ma non delle modalità con cui una determinata campagna è stata organizzata.

Ciò non significa che tutte queste valutazioni siano scientificamente corrette. Significa soltanto che non sono equivalenti al rifiuto ideologico di ogni vaccino.

Gli studi condotti in Italia durante la pandemia mostrano infatti che l’esitazione era influenzata da numerosi fattori: percezione del rischio individuale, fiducia nelle istituzioni, valutazione dell’efficacia, timore degli effetti indesiderati, precedenti esperienze con le vaccinazioni e qualità delle informazioni ricevute. In un’indagine italiana del 2021, il precedente rifiuto di vaccinazioni risultava un importante elemento predittivo, ma non spiegava da solo l’intero fenomeno.

La categoria dei contrari ai vaccini anti-COVID-19 era dunque eterogenea. Al suo interno esistevano certamente posizioni antiscientifiche, negazioniste o complottiste, ma anche forme di prudenza selettiva, opposizione politica e sfiducia istituzionale.

Perché quei vaccini suscitarono preoccupazione

La rapidità con cui furono sviluppati e autorizzati i vaccini anti-COVID-19 fu senza precedenti. In meno di un anno dall’identificazione del virus furono avviate campagne vaccinali su scala mondiale. Per molti cittadini questo risultato rappresentò un successo della ricerca; per altri, proprio quella velocità divenne motivo di sospetto.

La preoccupazione non era completamente incomprensibile. Al momento delle prime autorizzazioni non potevano esistere dati raccolti nel corso di molti anni. Gli studi iniziali disponevano inevitabilmente di un periodo di osservazione limitato e il monitoraggio della sicurezza sarebbe dovuto proseguire durante la somministrazione alla popolazione generale.

Dire questo, tuttavia, non equivale ad affermare che i vaccini non fossero stati sperimentati.

Il principale studio sul vaccino Pfizer-BioNTech coinvolse 43.548 partecipanti randomizzati, con un gruppo vaccinato e uno trattato con placebo. Lo studio iniziale indicò un’efficacia del 95 per cento contro la malattia sintomatica nel periodo e nelle condizioni analizzate. Il tempo mediano di osservazione della sicurezza al momento della prima pubblicazione era di circa due mesi dopo la seconda dose: sufficiente secondo le autorità regolatorie per l’autorizzazione iniziale, ma non equivalente a un monitoraggio pluriennale.

L’Agenzia europea per i medicinali applicò la procedura di rolling review, valutando i dati progressivamente mentre gli studi erano ancora in corso. Questa procedura accelerava l’esame amministrativo e scientifico senza eliminare formalmente gli standard previsti per qualità, sicurezza ed efficacia. I partecipanti agli studi dovevano inoltre continuare a essere seguiti dopo l’autorizzazione.

È quindi scorretto parlare di “totale assenza di sperimentazione”. È invece legittimo osservare che la sperimentazione fu realizzata in condizioni eccezionali, con procedure accelerate e con alcune domande che avrebbero potuto ricevere risposta soltanto attraverso la farmacovigilanza e l’osservazione nel tempo.

Importante è evidenzite che solo l'anno prima, nel 2019, a parità di dati e in assenza di un’emergenza sanitaria, quelle tempistiche di sviluppo del medicinale difficilmente sarebbero state considerate sufficienti per affermare di conoscere efficacia e sicurezza a breve, medio e lungo termine, e non avrebbero permesso al prodotto di essere immesso sul mercato per procedere a una vaccinazione di massa.

Una tecnologia nuova, ma non nata nel 2020

Un’altra fonte di inquietudine riguardava i vaccini a RNA messaggero. Per la popolazione generale rappresentavano una tecnologia nuova e, prima del COVID-19, nessun vaccino a mRNA aveva mai raggiunto una diffusione commerciale e una somministrazione di massa paragonabili.

Non è però esatto sostenere che la tecnologia fosse stata inventata durante la pandemia. La ricerca sull’mRNA, sulla sua modificazione e sui sistemi di trasporto attraverso nanoparticelle lipidiche era iniziata decenni prima. Centinaia di ricercatori avevano lavorato su queste piattaforme, anche nel campo oncologico e contro altre malattie infettive. La pandemia accelerò e portò su scala mondiale un percorso scientifico precedente, non lo creò dal nulla.

La formulazione più corretta è quindi questa: la tecnologia non era priva di una storia sperimentale, ma era nuova nella sua applicazione commerciale e nella dimensione della campagna vaccinale.

Questa distinzione è importante. Negare decenni di ricerca significa deformare la realtà; pretendere che l’impiego su miliardi di persone non rappresentasse una novità significativa significa deformarla nella direzione opposta.

Quello che i vaccini hanno dimostrato

I dati raccolti durante la pandemia hanno mostrato che i vaccini anti-COVID-19 offrivano una protezione rilevante, soprattutto contro la malattia grave, il ricovero e la morte. La protezione contro l’infezione sintomatica risultò inizialmente elevata contro le varianti circolanti all’epoca dei primi studi.

Con il trascorrere del tempo emersero però due limiti: la riduzione progressiva della protezione dall’infezione e la capacità delle nuove varianti, in particolare Omicron, di eludere parzialmente l’immunità. Gli studi mostrarono un calo relativamente rapido dell’efficacia contro la malattia sintomatica dopo il ciclo iniziale e, in misura diversa, anche dopo le dosi di richiamo. La protezione contro le forme gravi rimase generalmente più robusta di quella contro il contagio.

Questo elemento è essenziale per valutare correttamente il dibattito.

Dire che i vaccini non impedivano ogni infezione non significa che fossero inutili. Un trattamento può ridurre ricoveri e decessi anche senza bloccare completamente la trasmissione. D’altra parte, presentare la vaccinazione come una garanzia assoluta di non contrarre e non trasmettere il virus era una semplificazione destinata a essere smentita dall’evoluzione epidemiologica.

La comunicazione pubblica avrebbe dovuto distinguere con maggiore precisione tra:

  • protezione dall’infezione;

  • riduzione della probabilità di trasmissione;

  • protezione dalla malattia sintomatica;

  • protezione dal ricovero e dalla morte.

Quando queste differenze furono appiattite in slogan, la successiva comparsa di contagi tra i vaccinati fu interpretata da molti come la prova di un inganno. In realtà mostrava soprattutto la differenza tra ciò che la scienza aveva effettivamente stabilito e ciò che la comunicazione politica aveva promesso o lasciato intendere.

Gli effetti avversi esistevano

Un altro errore del dibattito pubblico fu trattare ogni preoccupazione per gli effetti indesiderati come se fosse necessariamente frutto di disinformazione.

Nel corso della campagna furono identificati effetti avversi rari ma reali. L’EMA riconobbe una possibile associazione tra i vaccini a mRNA e casi molto rari di miocardite e pericardite, osservati più frequentemente nei maschi giovani, soprattutto dopo la seconda dose e nei giorni immediatamente successivi alla vaccinazione.

Per i vaccini a vettore adenovirale AstraZeneca e Janssen furono individuati casi molto rari di trombosi associate a trombocitopenia. Questi segnali portarono all’aggiornamento delle informazioni sui prodotti e, in diversi Paesi, alla modifica delle raccomandazioni per determinate fasce di età.

Questi fatti consentono due conclusioni opposte ma contemporaneamente vere.

La prima è che chi sosteneva l’assoluta impossibilità di effetti gravi sbagliava. Nessun farmaco è completamente privo di rischi e alcuni eventi rari possono emergere soltanto dopo la somministrazione a milioni di persone.

La seconda è che l’identificazione di effetti avversi rari non dimostra l’esistenza di una catastrofe sanitaria generalizzata. Per sostenere che i vaccini abbiano provocato un grande numero di danni gravi nel medio o lungo periodo servono studi epidemiologici, confronti tra popolazioni e dimostrazioni di causalità. Le semplici segnalazioni successive alla vaccinazione non sono sufficienti: un evento verificatosi dopo una dose non è automaticamente causato dalla dose.

La farmacovigilanza non serve né a negare ogni rischio né a considerare ogni evento successivo come una reazione al vaccino. Serve a distinguere le coincidenze statistiche dai reali segnali di sicurezza.

Il problema della valutazione individuale

Uno degli aspetti più controversi della campagna fu la tendenza a presentare la vaccinazione come una decisione sostanzialmente identica per tutti.

Il rapporto tra benefici e rischi non era invece uguale in ogni categoria. Il beneficio assoluto era molto elevato per anziani, fragili e persone con patologie predisponenti alle forme gravi. Per un giovane sano, soprattutto nelle fasi successive della pandemia, il rischio individuale di malattia grave era inferiore e il calcolo risultava necessariamente diverso.

Questo non significa che per i giovani la vaccinazione fosse priva di benefici. Significa che una politica sanitaria rigorosa avrebbe dovuto comunicare il rischio in termini differenziati, considerando età, sesso, patologie, precedenti infezioni, prodotto utilizzato e situazione epidemiologica.

Proprio la scoperta di una maggiore incidenza di alcune reazioni avverse in gruppi specifici dimostra l’importanza di una medicina capace di modificare raccomandazioni e prodotti in base alle caratteristiche del paziente.

Molte persone classificate come “no-vax” chiedevano esattamente questo: non l’abolizione dei vaccini, ma una valutazione individuale più approfondita. Alcune richieste erano ragionevoli; altre erano basate su ipotesi non dimostrate o su esami privi di reale utilità clinica. Anche in questo caso, tuttavia, sarebbe stato più utile rispondere nel merito anziché ricorrere a un’etichetta.

Dalla scelta sanitaria alla pressione sociale

In Italia la questione cambiò natura quando la vaccinazione smise di essere percepita soltanto come una proposta sanitaria e divenne anche una condizione per l’esercizio di determinate attività.

Il decreto-legge del 1º aprile 2021 introdusse l’obbligo per gli esercenti le professioni sanitarie e per gli operatori di interesse sanitario. La vaccinazione fu definita requisito essenziale per l’esercizio della professione, salvo specifiche condizioni cliniche documentate.

Nell’autunno del 2021 il Green Pass fu esteso al lavoro pubblico e privato. Formalmente non coincideva con un obbligo vaccinale generale: la certificazione poteva essere ottenuta anche attraverso la guarigione o un tampone negativo. Tuttavia, la necessità di effettuare test ripetuti, con relativi costi, tempi e difficoltà organizzative, esercitava una pressione evidente verso la vaccinazione.

La distinzione giuridica è importante: per la generalità dei lavoratori non fu inizialmente imposto il vaccino in senso stretto, ma fu imposto il possesso della certificazione per accedere al luogo di lavoro. Sul piano concreto, però, molti cittadini visssero questa alternativa come una forma di obbligo indiretto, perché la mancata certificazione comportava l’assenza dal lavoro e la perdita della retribuzione.

Nel gennaio 2022 fu poi introdotto anche un obbligo vaccinale per gli ultracinquantenni.

In questo passaggio la discussione non riguardava più soltanto l’efficacia di un farmaco. Riguardava il rapporto tra salute pubblica, libertà individuale, diritto al lavoro, responsabilità verso gli altri e potere dello Stato di imporre o incentivare un trattamento sanitario.

Una persona poteva quindi essere favorevole ai vaccini e, nello stesso tempo, ritenere sproporzionato subordinare il reddito a una certificazione sanitaria. Definirla semplicemente “no-vax” significava confondere una posizione bioetica e costituzionale con una tesi medica.

Le ragioni a favore delle misure

Per offrire al lettore tutti gli elementi necessari, bisogna però ricordare anche le ragioni di chi difese obblighi e certificazioni.

Nel 2021 il sistema sanitario proveniva da una fase di enorme pressione, con un elevato numero di ricoveri, decessi e infezioni tra gli operatori. I lavoratori sanitari erano quotidianamente a contatto con pazienti fragili e immunodepressi. Lo Stato aveva quindi il dovere di ridurre il rischio nelle strutture di cura e di preservare la capacità operativa degli ospedali.

La Corte costituzionale, con la sentenza n. 14 del 2023, dichiarò infondate le questioni sollevate contro l’obbligo per il personale sanitario. La Corte considerò non irragionevole la scelta del legislatore alla luce delle conoscenze disponibili nel momento in cui la misura era stata adottata, della gravità della pandemia e della necessità di tutelare sia i lavoratori sia i pazienti.

Questo pronunciamento non dimostra che ogni scelta politica sia stata perfetta o che non possa essere criticata. Stabilisce però che l’obbligo non era privo di una base sanitaria e costituzionale riconoscibile.

Anche il Green Pass aveva una finalità difendibile: consentire una riapertura parziale delle attività riducendo il rischio rispetto a una completa assenza di controlli. Il Comitato nazionale per la bioetica ne riconobbe i possibili vantaggi come strumento di gestione del rischio e di allentamento delle restrizioni.

Le ragioni dei critici

Lo stesso Comitato nazionale per la bioetica segnalò però numerose criticità: la non equivalenza delle diverse certificazioni, i costi dei tamponi, il rischio di discriminazione, il possibile falso senso di sicurezza, i problemi relativi ai dati sanitari e il pericolo che il sistema costituisse un precedente per forme permanenti di “passaporto biologico”. Raccomandò inoltre informazione completa, gratuità dei test e temporaneità delle misure.

Non erano dunque soltanto gruppi estremisti a sollevare questioni sulla proporzionalità delle certificazioni sanitarie. Le stesse istituzioni bioetiche riconoscevano che una misura potesse essere contemporaneamente utile e problematica.

La comunicazione politica contribuì ad aggravare la polarizzazione. Il 22 luglio 2021 Mario Draghi dichiarò che l’appello a non vaccinarsi equivaleva sostanzialmente a un appello a morire o a far morire. La frase esprimeva il tentativo di contrastare una pericolosa disinformazione in una fase dominata dalla variante Delta, ma adottava una formulazione assoluta che non distingueva età, condizioni di salute, infezioni precedenti e limiti della protezione dalla trasmissione.

Dichiarazioni simili potevano aumentare l’adesione immediata, ma rischiavano anche di danneggiare la fiducia nel momento in cui la realtà si fosse rivelata più complessa dello slogan.

Il paradosso della fiducia

La fiducia scientifica non nasce dall’assenza di dubbi. Nasce dalla capacità delle istituzioni di riconoscere i limiti delle conoscenze disponibili, aggiornare le raccomandazioni e correggere le precedenti affermazioni.

Durante la pandemia si produssero invece due narrazioni contrapposte.

Da una parte, alcuni oppositori descrivevano i vaccini come sostanze prive di sperimentazione, inevitabilmente destinate a causare danni di massa o progettate per controllare la popolazione. Queste affermazioni non erano sostenute dalle prove disponibili.

Dall’altra, una parte della comunicazione istituzionale tendeva a presentare la scelta vaccinale come completamente priva di incertezze e chiunque sollevasse obiezioni come ignorante, irresponsabile o pericoloso. Anche questa rappresentazione era insufficiente.

Quando una persona preoccupata per la rapidità dello sviluppo riceve come risposta soltanto un’accusa di oscurantismo, la sua preoccupazione non scompare. Può trasformarsi in sfiducia. E quando successivamente viene riconosciuto un effetto avverso precedentemente sconosciuto, quella persona può interpretarlo non come la prova del funzionamento della farmacovigilanza, ma come la conferma di essere stata ingannata.

Una distinzione necessaria

La tesi secondo cui molti dei cosiddetti “no-vax del COVID-19” temessero uno specifico vaccino e non la vaccinazione in generale è ragionevole e compatibile con il concetto scientifico di esitazione vaccinale.

Non può però essere trasformata nella tesi opposta secondo cui tutti i contrari fossero prudenti cittadini perfettamente informati. Nel fronte del rifiuto convivevano dubbi legittimi, errori di valutazione, sfiducia politica, informazioni false, esperienze personali e autentiche teorie complottiste.

Allo stesso modo, riconoscere l’utilità dei vaccini non obbliga a considerare ogni misura adottata dai governi proporzionata, ogni dichiarazione politica esatta o ogni scelta comunicativa efficace.

Per comprendere realmente il fenomeno occorre distinguere almeno quattro posizioni:

chi rifiuta ogni vaccinazione per principio;

chi esita davanti a uno specifico prodotto;

chi accetta l’utilità del vaccino ma ritiene diverso il rapporto tra benefici e rischi nelle varie categorie;

chi contesta soprattutto l’obbligo, il Green Pass o le conseguenze lavorative.

Solo la prima posizione corrisponde pienamente al significato storico di “no-vax”. Le altre richiedono definizioni differenti e devono essere valutate nel merito.

Se una persona non si fida di un determinato modello di automobile perché lo considera poco sicuro, non è necessariamente contraria al trasporto su gomma. Lo stesso vale per i vaccini anti-COVID-19.

Non fidarsi di uno specifico prodotto, chiedere maggiori controlli, contestare un obbligo o ritenere sproporzionato il Green Pass non equivale automaticamente a negare la medicina vaccinale. Nello stesso tempo, la semplice diffidenza non dimostra che un vaccino sia pericoloso: anche il timore deve sottoporsi alla verifica delle prove.

Il vero problema nato durante la pandemia non è stato soltanto lo scontro tra favorevoli e contrari ai vaccini. È stato l’abbandono delle distinzioni. Persone, dubbi e posizioni profondamente differenti sono stati compressi dentro una sola parola: “no-vax”.

Quella semplificazione ha forse facilitato la propaganda, ma ha reso più difficile la comprensione. E senza comprensione non si costruisce fiducia: si costruiscono soltanto schieramenti.

La Redazione 

 

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