Da almeno un decennio, in Italia, assistiamo a una spinta sempre più esplicita verso percorsi tecnici e professionalizzanti. Ministeri, regioni, opinionisti, influencer dell’economia e del self-help ripetono lo stesso mantra: “Servono tecnici, servono artigiani, servono operai specializzati. È lì che si trova il lavoro. È lì che cresceranno i redditi.” Un messaggio semplice, seducente, apparentemente pragmatico. Ma, come spesso accade quando la politica educativa viene guidata dalle emergenze del presente e non dalla visione del futuro, dietro questa narrazione si nascondono rischi profondi e conseguenze che oggi non vediamo — o preferiamo ignorare.
La scuola ridotta a fabbrica di lavoratori immediatamente occupabili
La trasformazione è sotto gli occhi di tutti: istituti tecnici potenziati, indirizzi professionali che promettono una “maturità” cucita su competenze operative molto specifiche — domotica, impiantistica, odontotecnica, manutenzione, automazione. Competenze certamente utili, ma spesso insegnate in modo così settoriale da sacrificare porzioni sempre più ampie di formazione generale, culturale, critica.
La scuola superiore, nata storicamente per dare strumenti cognitivi ampi, viene reinterpretata come una protesi delle imprese: un luogo dove si formano persone già “pronte a servire”, immediatamente occupabili, ma non necessariamente capaci di reinventarsi, immaginare, creare nuovi settori, sviluppare idee proprie.
La promessa implicita è: se scegli questo percorso, avrai un lavoro sicuro. Ma la storia del mercato del lavoro dimostra che non esistono lavori “sicuri” quando tutta una generazione viene indirizzata verso le stesse nicchie. Nicchie che, puntualmente, finiscono per essere fagocitate dai grandi brand, i quali standardizzano tutto, appiattiscono valore e stipendi, per guadagnare grazie ai grandi numeri.
Una risposta a un problema reale, ma con una visione miope
È indubbio che l’Italia soffra da anni una carenza cronica di artigiani e tecnici qualificati. L’età media di idraulici, elettricisti, meccanici, tecnici del freddo supera spesso vicina ai cinquanta anni; le tariffe sono di conseguenza alte per scarsità. Le famiglie fanno fatica a trovare professionisti disponibili; le imprese cercano disperatamente personale.
Ma la soluzione adottata — spingere migliaia di ragazzi verso una professionalizzazione precoce — rischia di essere un rimedio peggiore del male. Perché riequilibrare un mercato significa agire con gradualità, non creare sovrapproduzione nel tempo di una generazione.
L’Italia sta rispondendo a un problema reale con una strategia semplicistica: se mancano tecnici, formiamo più tecnici. Punto. E quando la domanda si sarà saturata, cosa accadrà?
A questo quadro si aggiunge un dato negativo: una parte consistente dei tecnici formati con tanto sforzo è emigrata. Perché in Italia lavorare — da dipendenti o autonomi — è spesso poco conveniente di per se, e questo prescinde dalle qualifiche o dalla bravura del singolo, e la sensazione è che sia questo il vero problema, e che si preferisca non affrontarlo.
Il mito falso del “gli idraulici saranno i nuovi miliardari”
In parallelo, sui social e nei talk show, prende piede una narrativa pericolosa: “i nuovi ricchi saranno elettricisti, idraulici, installatori”. Si cita qualche caso isolato — l’artigiano-imprenditore diventato simbolo di successo — e si generalizza.
Ma questa affermazione ignora due verità basilari dell’economia:
I mestieri artigiani non sono scalabili
Un idraulico, per quanto competente, vende ore del proprio tempo. Non può triplicare la sua produttività, non può servire mille clienti al giorno, non può moltiplicarsi.
La ricchezza straordinaria si genera con ciò che è replicabile all’infinito — software, brevetti, piattaforme, contenuti funzionali, soluzioni tecnologiche — non con il lavoro manuale individuale.
b) Il valore di un lavoro dipende anche dalla sua rarità
Oggi un idraulico guadagna bene perché ce ne sono pochi. Domani, se migliaia di giovani seguiranno questo percorso, il valore della prestazione diminuirà drasticamente. È la legge dell’offerta e della domanda, non un’opinione.
Chi oggi guadagna migliaia di euro netti al mese come artigiano autonomo, tra dieci anni potrebbe guadagnarne troppo poco per fare la "Partita IVA" e finire ad aggiungersi ai lavoratori dipendenti, in un mercato sovraffollato e competitivo, con contratti sempre più standardizzati.
E non è un’ipotesi astratta: è successo in tantissimi settori professionali italiani ed europei.
c) “Diventerete ricchi facendo un mestiere manuale” è propaganda motivazionale, non previsione economica
Serve a rassicurare le famiglie, a giustificare politiche educative riduttive, a creare consenso. Ma non tiene conto dei cicli economici, dell’automazione, della concorrenza estera, della robotica nei cantieri, nei lavoratori artigiani e nelle installazioni industriali, delle piattaforme di intermediazione che già oggi iniziano a comprimere i margini degli artigiani.
Il vero rischio: una generazione di giovani specializzati ma fragili
La professionalizzazione precoce produce benefici immediati ma costi a lungo termine:
- meno cultura generale,
- meno capacità critica,
- meno flessibilità cognitiva,
- meno possibilità di reinventarsi quando il mercato cambia,
- meno innovazione.
Una generazione che sa fare molto bene una cosa sola, ma non può cambiare rotta. Una generazione pronta a eseguire, ma non a progettare. Una generazione che non crea nuovi mercati, ma si adatta ai vecchi.
È la differenza tra formare operai qualificati e formare cittadini pensanti.
E ogni Paese che ha imboccato un modello fortemente tecnico ha poi pagato lo scotto di una carenza strutturale di innovatori, progettisti, ricercatori, creativi.
Una scuola che dovrebbe liberare, non restringere
L’Italia ha bisogno di tecnici, sì. Ma ha bisogno anche — e soprattutto — di persone che sappiano:
- leggere criticamente il mondo,
- creare nuove connessioni,
- immaginare soluzioni inesistenti,
- costruire competenze trasversali,
- adattarsi a un futuro instabile e imprevedibile.
Una scuola che riduce la propria missione alla “collocabilità” immediata tradisce la propria funzione più alta: quella di ampliare lo sguardo, dare strumenti per comprendere e, se possibile, trasformare la realtà.
La retorica del “vi diamo un lavoro subito” è irresistibile per chi teme l’incertezza, ma rischia di creare un sistema formativo più povero, più rigido, più inerziale.
La vera domanda che dovremmo porci
Fra dieci anni, quando l’Italia avrà magari migliaia di nuovi tecnici, elettricisti, idraulici, manutentori formati in classe ma non più “rari”, chi si occuperà di:
- immaginare soluzioni climatiche avanzate,
- progettare infrastrutture intelligenti,
- creare nuovi modelli energetici,
- sviluppare tecnologie ibride,
- innovare nei settori culturali e scientifici,
- guidare la trasformazione digitale, ecologica e sociale del Paese?
Chi avrà ancora una formazione ampia, flessibile, creativa, critica?
Perché un Paese non vive solo di esecuzione: vive di idee.
Investire in tecnici è utile, ma impoverire la cultura è un lento suicidio
Le esigenze del mercato del lavoro sono reali, e ignorarle sarebbe irresponsabile. Ma è altrettanto irresponsabile sacrificare la formazione culturale, la capacità di innovare, la flessibilità mentale e la creatività di un’intera generazione sull’altare dell’occupazione immediata.
Una nazione che forma solo chi sa fare, e non chi sa pensare, finisce inevitabilmente per servire il progresso altrui, non per guidarlo.
Serve equilibrio, non propaganda. Serve una scuola che prepari al lavoro, sì, ma prima ancora alla vita intellettuale, civile e creativa. Serve una politica che guardi oltre l’urgenza di oggi e immagini quale Paese vogliamo essere domani: Un paese dove valga la pensa di vivere e lavorare, per generazioni.
di Luca Boscardelli dalla sua Newsletter → COMPRENDERE L'ESISTENTE
Commenti