«Penso a un privato che gestisce tutti i servizi della scuola per un periodo lungo, tipo 20 anni, con un contributo del pubblico che sia minoritario.»
Questa frase, pronunciata dal ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara durante un convegno dell’Associazione Nazionale Costruttori Edili (Ance) lo scorso 12 febbraio 2026, non è l’inquietante sipario di un romanzo distopico, ma la roadmap politica pensata per il futuro della scuola pubblica italiana.
L’idea, venduta dal ministro con la solita retorica della modernizzazione e dell’efficienza, è chiara: sostituire progressivamente il finanziamento pubblico con capitale privato, soprattutto per l’edilizia scolastica e l’erogazione dei servizi interni alle scuole, utilizzando lo strumento del project financing.
Dal pubblico al privato: che cosa prevede il progetto
Secondo Valditara, lo Stato non deve più essere l’unico protagonista nella costruzione, manutenzione e gestione dei servizi scolastici: vista la scarsezza di risorse pubbliche, è «necessario aumentare il coinvolgimento dei privati che finanzino la scuola pubblica». Nei Paesi OCSE, ha ricordato il ministro, la media degli investimenti privati nell’istruzione è del 2%, mentre in Italia si attesta allo 0,5%.
Da qui nasce l’idea di affidare non solo l’edilizia scolastica a capitali esterni, ma anche la gestione ordinaria dei servizi, dalla sicurezza alla manutenzione, dal riscaldamento alla pulizia — affidati per decenni a un concessionario privato con l’obiettivo implicito di generare profitto.
Valditara va oltre: immagina foresterie nelle scuole, cioè alloggi per docenti e personale ATA fuori sede, ancora una volta costruiti e gestiti dai privati, anche come risposta al caro affitti.
Il “merito” come alibi ideologico
Il progetto di Valditara si incardina anche nella narrativa del cosiddetto merito: un concetto ripetutamente usato dal ministro per giustificare l’apertura al privato, presentato come incentivo all’efficienza e alla competitività del sistema scolastico.
Peccato che, nella realtà, il merito non sia un valore neutro, ma una categoria ideologica mai sufficientemente definita: se legittimamente applicato all’apprendimento degli studenti e alla valorizzazione dei talenti, il “merito” rischia di divenire l’alibi per esternalizzare funzioni che dovrebbero rimanere pubbliche proprio perché riguardano un diritto fondamentale — l’istruzione.
Trasformare questa idea in dogma significa spingere sul terreno della privatizzazione sotto la retorica della modernità, facendo passare un processo di progressiva mercificazione per una rivoluzione necessaria nel nome dell’efficienza.
La privatizzazione della scuola pubblica: quali rischi reali
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Deposizione della scuola sotto logiche di profitto: affidare ai privati la gestione per 20 anni di servizi scolastici comporta inevitabilmente che questi vengano ottimizzati non per qualità educativa ma per il ritorno economico. Non è un “errore tecnico”: è una logica intrinsecamente incompatibile con l’idea di scuola pubblica.
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Diritti costituzionali a rischio: scuola e sanità non sono servizi come altri. Sono diritti sociali fondamentali garantiti dalla Costituzione. Sul piano giuridico e sociale, è profondamente criticabile l’idea di trattarli come beni da gestire mediante logiche di mercato.
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Peggioramento delle condizioni di lavoro: invece di rafforzare la funzione educativa dello Stato, questo modello può trasformare dirigenti e docenti in semplici “clienti” di concessionari privati per servizi basilari (riscaldamento, spazi, manutenzione), delegando la gestione interna a logiche contrattuali e di mercato.
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Ineguaglianza di fatto: quando entrano profitti e servizi gestiti da operatori con capitale privato, si genera naturalmente un dualismo tra scuole “attraenti” per investitori e scuole “meno profittevoli”, spesso quelle con studenti più vulnerabili, aggravando le disuguaglianze territoriali e sociali.
Una scuola pubblica in erosione — non in evoluzione
Quello proposto da Valditara non è un ristoro o un potenziamento della scuola pubblica, ma un trasferimento progressivo di potere e gestione dall’amministrazione pubblica al mercato. A ben vedere, il project financing per l’edilizia scolastica e i servizi non è un mero strumento tecnico, bensì un cavallo di Troia per introdurre logiche neoliberiste all’interno del sistema educativo.
La retorica della modernizzazione e della carenza di risorse pubbliche, da sola, non giustifica l’erosione progressiva del ruolo dello Stato nell’istruzione. Se lo scopo reale fosse migliorare la qualità dell’apprendimento e garantire condizioni migliori agli studenti e al personale, esistono strumenti più diretti e adeguati: aumenti e stabilizzazione delle risorse pubbliche, rinnovi contrattuali dignitosi, potenziamento dei servizi interni, investimenti diretti in infrastrutture, recruiting mirato dei docenti e maggiore partecipazione democratica delle comunità scolastiche.
Conclusione
Il progetto avanzato dal ministro Valditara rappresenta una deriva distruttiva per la scuola pubblica italiana. Se tradotto in legge e pratica, questo modello trasformerà l’istruzione da servizio pubblico fondamentale in un settore sempre più subordinato alle logiche del mercato e dei profitti.
La scuola pubblica non è un’impresa di appalti né un bene da rifinanziare con capitali privati. È un diritto costituzionale: degradarla a business significa tradire non solo la Costituzione, ma la stessa missione educativa dello Stato.
La Redazione
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