Perché l’odio di Trump per il green non riguarda il clima, ma il controllo del mondo

C’è un errore che continuiamo a fare quando analizziamo Donald Trump: prenderlo alla lettera.
Pensare che il suo disprezzo per le politiche ambientali, per le energie rinnovabili e per la ricerca scientifica sia frutto di ignoranza, arretratezza culturale o semplice negazionismo climatico.

È un errore rassicurante. Ma è un errore.

Se si osservano i fatti nel loro insieme, emerge una lettura molto più inquietante e, proprio per questo, più coerente: non siamo di fronte a uno scettico, ma a un progetto di potere. Un progetto che passa dall’energia, dalla scienza e dalla dipendenza strutturale del mondo dagli idrocarburi.

Se imposto al mondo, com'è stato fino a oggi, il petrolio non è solo energia: è dominio

Il petrolio non serve solo a far muovere automobili o a riscaldare case.
Il petrolio organizza il mondo.

Chi controlla le fonti fossili:

  • influenza i prezzi globali;

  • determina la stabilità o l’instabilità di intere aree geopolitiche;

  • condiziona le economie dipendenti dall’importazione di energia;

  • trasforma l’energia in leva diplomatica, militare e finanziaria.

Gli Stati Uniti sono oggi uno dei maggiori estrattori mondiali di petrolio e gas. E non solo estraggono: accumulano, stoccano, proteggono le filiere, difendono con ogni mezzo il primato fossile.

In questo contesto, la transizione ecologica non è una minaccia ideologica.
È una minaccia strutturale.

Le rinnovabili fanno paura perché liberano

Le energie rinnovabili hanno una caratteristica che le rende insopportabili a chi ragiona in termini di dominio: non centralizzano il potere.

Sole, vento, geotermia, comunità energetiche:

  • riducono la dipendenza da grandi fornitori;

  • permettono autonomia locale e nazionale;

  • spezzano il ricatto energetico;

  • rendono obsolete le grandi rendite fossili.

Un mondo alimentato da rinnovabili è un mondo meno controllabile.
Un mondo che non ha bisogno di chiedere permesso a chi possiede pozzi, oleodotti, flotte e basi militari.

Ecco perché l’odio verso il green non è culturale. È strategico.

 

Distruggere la scienza per rallentare il futuro

C’è però un tassello ancora più grave, spesso sottovalutato: l’attacco sistematico alla ricerca scientifica.

Negli Stati Uniti, la scienza non è mai stata solo americana.
È stata – per decenni – un amplificatore globale:

  • orienta le ricerche europee;

  • influenza le politiche internazionali;

  • stabilisce standard, metodi, priorità;

  • rende il cambiamento climatico un fatto misurabile, non un’opinione.

Indebolire la scienza significa:

  • rendere il clima una questione “dibattuta” invece che accertata;

  • trasformare la salute pubblica in un costo sacrificabile;

  • togliere basi oggettive alle politiche ambientali;

  • rallentare l’innovazione che potrebbe rendere il fossile superfluo.

Senza scienza forte, il futuro resta indefinito.
E un futuro indefinito è facile da rinviare.

 

Non ignoranza, ma cinismo

A questo punto la domanda cambia.
Non è più: Trump non capisce il problema climatico?
La domanda diventa: quanto gli conviene che il problema non venga risolto?

La risposta è scomoda, ma lineare: gli conviene moltissimo.

Mantenere il mondo dipendente dagli idrocarburi significa:

  • conservare un vantaggio competitivo enorme;

  • continuare a vendere energia, direttamente o indirettamente;

  • controllare economie più fragili;

  • imporre alleanze e obbedienze.

La salute delle persone, la qualità della vita, l’ambiente diventano variabili secondarie. Costi esterni. Danni collaterali accettabili.

Non perché non esistano.
Ma perché non contano abbastanza.

 

Il vero nemico non è il green, è l’autonomia

Letta così, la politica di Trump smette di apparire caotica.
Diventa coerente, fredda, spietata.

  • Odio per il green → perché riduce il controllo.

  • Ostilità alle rinnovabili → perché decentralizzano.

  • Smantellamento della ricerca → perché accelera il cambiamento.

  • Accumulo di risorse fossili → perché garantisce potere futuro.

Non è una guerra contro il clima.
È una guerra contro l’autonomia del mondo.

 

Una scelta che riguarda tutti

La vera tragedia è che questa strategia non danneggia solo “gli altri”.
Danneggia anche gli americani. Anche chi la sostiene.

Ma il potere, quando è concentrato, non ha patria.
Ha solo interessi.

Ed è per questo che continuare a leggere Trump come un buffone ignorante è pericoloso.
Perché lo rende innocuo.
E invece non lo è affatto.

Il problema non è se crede o meno nel cambiamento climatico.
Il problema è che sa benissimo cosa sta facendo.

La Redazione Comunicati Stampa

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