Finalmente gli statunitensi si sono accorti che i dazi di Trump li stanno pagando loro, per almeno il 90%, dove quel 10% rimanente si traduce in alcuni rari cali di imponibile applicati da alcune aziende estere per mitigare le perdite di export.
Era una previsione largamente condivisa in Europa sin dall’annuncio delle nuove ondate tariffarie del 2024–2025. Economisti, istituzioni comunitarie e governi europei avevano evidenziato un principio elementare di economia pubblica: l’incidenza reale di un dazio non dipende dalla retorica politica, ma dall’elasticità della domanda e dell’offerta. E in mercati maturi e integrati come quello statunitense, l’onere tende a ricadere in larga misura sull’importatore e, in ultima istanza, sul consumatore finale.
Oggi questa dinamica è documentata da dati ufficiali e studi econometrici. A ricostruirli con precisione è Daniel de Visé in un articolo pubblicato su USA TODAY, che analizza le evidenze provenienti da diversi istituti di ricerca statunitensi.
I numeri della Federal Reserve: 86–94% di traslazione interna
Secondo un rapporto della Federal Reserve Bank of New York, fino ad agosto 2025 il 94% del gettito derivante dai dazi imposti dall’amministrazione Donald Trump è stato sostenuto da imprese e consumatori americani. A novembre il tasso di “pass-through” (traslazione dell’imposta sui prezzi interni) si era leggermente ridotto, ma restava comunque all’86%.
Tradotto in termini economici: su 100 dollari di dazi riscossi, tra 86 e 94 dollari sono stati pagati dal sistema economico statunitense. Il restante 6–14% rappresenta la quota assorbita da esportatori esteri, principalmente attraverso riduzioni di prezzo marginali.
Il dato è coerente con la teoria dell’incidenza fiscale: in presenza di domanda relativamente rigida (come nel caso di beni intermedi, componentistica o prodotti ad alto valore aggiunto), il venditore estero non ha incentivo né margine sufficiente per ridurre drasticamente i prezzi.
L’impatto sulle famiglie: +1.000 dollari nel 2025
Il 6 febbraio la Tax Foundation, think tank indipendente di analisi fiscale, ha stimato che i dazi equivalgano a un aggravio medio di circa 1.000 dollari per nucleo familiare nel 2025, con una previsione di ulteriori 1.300 dollari nel 2026.
La Tax Foundation definisce l’intervento tariffario “il più consistente aumento di imposizione fiscale negli Stati Uniti dal 1993”. È un’affermazione tecnicamente fondata: un dazio è un’imposta indiretta sulle importazioni. E come ogni imposta indiretta, incide sui prezzi al consumo.
La narrazione politica secondo cui sarebbero “gli altri Paesi” a pagare l’imposta si scontra con l’evidenza empirica.
Inflazione: +0,7 punti percentuali
Uno studio del National Bureau of Economic Research (NBER) stima che, fino alla fine del 2025, i dazi abbiano contribuito per circa 0,7 punti percentuali al tasso di inflazione statunitense. Senza tariffe, l’inflazione di settembre sarebbe potuta scendere dal 3% al 2,3%.
L’impatto si è manifestato in modo diffuso:
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Arredamento e forniture per la casa: +3,8% (gennaio 2025–gennaio 2026)
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Mobili e biancheria da letto: +4%
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Stoviglie e posate: +5%
Questi dati confermano che la traslazione non è rimasta confinata alle imprese importatrici ma si è progressivamente diffusa lungo la filiera fino al consumatore finale.
Il confronto con la posizione europea
Sin dall’inizio, l’Unione europea aveva adottato un approccio più prudente. Bruxelles aveva evidenziato che dazi simmetrici di pari intensità si sarebbero inevitabilmente tradotti in maggiori costi per cittadini e imprese europee.
La scelta di non innescare una spirale tariffaria generalizzata è stata motivata proprio dalla consapevolezza che le imposte doganali sono strumenti a doppio taglio: nel breve periodo possono generare consenso politico, ma nel medio periodo erodono potere d’acquisto, competitività e stabilità dei prezzi.
In Europa il dibattito economico era stato chiaro fin dall’inizio: i dazi sono pagati principalmente dal mercato interno che li impone.
La realtà del 10% “estero”
Il margine residuo – quel 10% circa che non ricade sugli Stati Uniti – è spiegabile con casi specifici in cui alcune aziende estere hanno ridotto i propri prezzi per preservare quote di mercato.
La Fed di New York fornisce un esempio didattico: su un dazio del 10%, l’esportatore medio ha ridotto i prezzi di appena lo 0,6%. Una compensazione marginale, insufficiente a modificare l’incidenza complessiva dell’imposta.
Il grosso dell’onere resta interno.
Il Made in Italy: resilienza strutturale
In questo quadro globale, emerge un elemento interessante: il Made in Italy ad alto valore aggiunto continua a mantenere una forte domanda sul mercato statunitense.
Moda di fascia alta, design, agroalimentare premium, meccanica specializzata: prodotti caratterizzati da forte identità, riconoscibilità e limitata sostituibilità risultano relativamente meno sensibili al fattore prezzo.
Ciò non deriva da una strategia efficace dell’attuale governo italiano — che sul piano della politica estera appare spesso impreparato e disorganizzato — ma dalla natura stessa dell’offerta italiana: beni con elevata componente simbolica, culturale e qualitativa.
Quando la domanda è anelastica, il dazio incide meno sulle quantità scambiate. Il consumatore americano disposto a pagare per unicità e qualità continua ad acquistare.
In definitiva
Le evidenze empiriche confermano ciò che gran parte dell’economia europea aveva previsto: i dazi statunitensi si sono tradotti prevalentemente in un’imposta interna. Tra l’86% e il 94% del loro costo è stato sostenuto da imprese e famiglie americane, con un impatto stimato di circa 1.000 dollari annui per nucleo familiare e un contributo di 0,7 punti percentuali all’inflazione.
La politica tariffaria si rivela dunque uno strumento inefficiente e regressivo, capace di generare effetti redistributivi distorsivi e pressioni inflazionistiche.
Nel frattempo, il Made in Italy ad alta gamma continua a dimostrare una resilienza fondata su valore, reputazione e unicità. Un dato che conferma una lezione economica di lungo periodo: nei mercati globali, la competitività strutturale conta più delle barriere artificiali.
La Redazione e Luca Boscardelli
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