Verona e la “dinastia Nocini”: quando l’università diventa affare di famiglia (e poi finge di scandalizzarsi)

C’è una parola che in Italia continua a fare male, perché è precisa, chirurgica, e soprattutto vera: baronato. E quando il baronato si traveste da “merito”, da “curriculum”, da “procedura formalmente corretta”, allora diventa ancora più tossico. La vicenda dell’Università di Verona – raccontata da Il Fatto Quotidiano nell’articolo “Verona, l’Università interrompe la ‘dinastia Nocini’. Avviata la procedura per revocare l’incarico a Riccardo, figlio dell’ex rettore” – è una radiografia impietosa di come certi meccanismi non solo sopravvivano, ma si riproducano per partenogenesi: generano potere dal potere, senza bisogno di legittimazione.

Il punto non è “se è legale”: il punto è che è indecente

La prima linea di difesa, in questi casi, è sempre la stessa: la legge, il regolamento, la firma, la data. Qui la storia è quasi comica nella sua prevedibilità: l’ex rettore Pier Francesco Nocini va in pensione il 30 settembre 2025 e il bando esce tre giorni dopo, in modo da “salvare” formalmente il rispetto della norma che vieta la nomina di familiari del rettore in carica.

Ma questa è la tipica furbizia italiana che non dimostra innocenza: dimostra solo capacità di manovrare il sistema, cioè esattamente ciò che un’università non dovrebbe mai premiare.

Il messaggio politico-culturale è devastante: non importa essere bravi, importa sapere quando scade il mandato di papà.

Un concorso con un solo candidato: la competizione immaginaria

In un’università normale un concorso con un solo candidato è già un’anomalia che dovrebbe accendere allarmi, soprattutto se il candidato è il figlio del rettore uscente e il posto è quello giusto, nel dipartimento giusto, al momento giusto.

Nell’inchiesta del Fatto emerge un dettaglio che da solo basterebbe a far crollare tutto: la commissione avrebbe avuto le mani legate, perché di fronte a un unico candidato con quel curriculum “non potevano discutere”.
E allora la domanda vera non è “perché hanno votato sì?”, ma:

chi ha costruito le condizioni perché non ci fosse alternativa al sì?

Perché è così che funziona il nepotismo moderno: non mette la pistola sul tavolo, mette il tavolo in una stanza dove la pistola non serve più.

La scorciatoia amministrativa: la regola per gli esterni che sparisce nel bando

Il punto più importante, quello che smonta l’intera impalcatura, è l’incoerenza tra due atti: la programmazione triennale del personale docente e il bando del concorso.

Secondo quanto ricostruito da varie fonti, la programmazione prevedeva un posto che avrebbe dovuto essere riservato a un esterno (come previsto dalla Legge Gelmini, art. 18 comma 4), mentre il bando richiamava un comma diverso (4-ter), che avrebbe eliminato il vincolo di provenienza esterna.

Tradotto: il posto doveva essere “per qualcuno che non era di casa”, ma il bando è stato scritto in modo tale da permettere “a uno di casa” di vincerlo.

Se questa non è una torsione del sistema in funzione di una persona, allora cos’è? Un incidente grammaticale?

Il record mondiale di pubblicazioni: l’ossessione bibliometrica come copertura morale

Uno dei dettagli più grotteschi dell’intera storia è la difesa implicita basata sulla mitologia del “curriculum imbattibile”. Nell’articolo del Fatto si parla di 242 pubblicazioni a 33 anni, con 24 co-firmate col padre, che in quarant’anni ne cofirma 312.

Ora: non bisogna essere complottisti per vedere il problema.

Non è che “pubblicare tanto” ti rende automaticamente inadatto, ma se il sistema universitario diventa un videogame in cui vince chi colleziona più “punti pubblicazione”, allora stiamo parlando di una cosa malata. Anche perché l’iper-produzione scientifica è spesso legata a pratiche discutibili (salami slicing, co-authorship strategiche, circuito chiuso di favori accademici). Non lo dico per imputare automaticamente scorrettezze, ma perché è il contesto perfetto per nascondere scorrettezze.

E infatti la vera domanda non è “quante pubblicazioni ha”, ma:

quale università sana trasforma un concorso in un trionfo già scritto, solo perché qualcuno porta in dote un Excel di citazioni?

Il problema Nocini: non solo “figlio di”, ma stile di comando

Qui emerge un aspetto ancora più inquietante: non è solo una storia di famiglia, è una storia di clima interno. Il Fatto cita messaggi attribuiti a Riccardo Nocini verso i collaboratori: “Da domani con me in sala non darete più nemmeno i punti di cute”. Messaggi acquisiti dalla Procura.

Questa non è severità, non è leadership, non è “standard elevati”. È l’immaginario del primario-padrone che l’Italia non riesce a seppellire: la medicina come disciplina militare, la gerarchia come valore, l’umiliazione come strumento.

E qui sta il punto politico: l’università non dovrebbe mai essere il luogo dove si premia chi eredita potere e poi lo esercita come intimidazione.

Il “Palanocini” e il culto della personalità in casa pubblica

A completare la scena c’è il dettaglio simbolico: la targa di un edificio chiamato “Edificio Biologico 3 – Palanocini”.

Ora, uno potrebbe dire: “E allora? Hanno intitolato un edificio”.
Ma in un’istituzione pubblica l’intitolazione non è un dettaglio: è una canonizzazione laica. È il segno di un potere che non è solo amministrativo, ma culturale, quasi dinastico: io non sono un rettore, io sono un’epoca.

E se l’università ti costruisce il palazzo e poi ti sistema il figlio, non siamo più nel campo delle coincidenze: siamo nel campo delle filiera di influenza.

L’ateneo “avvia la procedura”: cioè scopre oggi ciò che sapeva ieri

La parte più ipocrita dell’intera vicenda è questa: l’università avvia la procedura di annullamento dopo che l’inchiesta è esplosa, dopo che se ne parla sui giornali, dopo che la Procura si muove, dopo che la reputazione pubblica è a rischio.

E allora diciamolo chiaramente:
non è l’università che “interrompe la dinastia”. È la dinastia che si incrina perché è stata esposta.

Non è un gesto etico. È un gesto di controllo del danno.

Questa storia non è solo “Verona”: è Italia

Chi pensa che sia un caso isolato non ha capito nulla del sistema universitario italiano. Qui non c’è solo un cognome: c’è un metodo.

Il metodo è sempre lo stesso:

  1. si pianifica il posto

  2. si scrive il bando in modo “compatibile” con la persona desiderata

  3. si riduce la platea reale dei candidati

  4. si ottiene un concorso formalmente pulito e sostanzialmente pilotato

  5. si invoca il merito dopo aver sterilizzato la concorrenza

Questo non è merito. È selezione artificiale.

Ed è esattamente per questo che molti giovani ricercatori scappano: non perché “non hanno voglia di fare sacrifici”, ma perché capiscono che in certi ambienti non stai competendo con persone: stai competendo con genealogie.

Conclusione: la vera “dinastia” non è un cognome, è un sistema di impunità

La questione Nocini è solo un sintomo. Il corpo malato è un altro: un’università che tollera da decenni il conflitto d’interessi come normalità, la cooptazione come metodo, la fedeltà come criterio, il curriculum come alibi.

Che ora l’Università di Verona abbia avviato la procedura per annullare il concorso va bene. È persino necessario. Ma non basta.

Perché il problema non è solo “Riccardo Nocini sì o no”.
Il problema è: quanti Riccardo Nocini ci sono in Italia che non fanno notizia?

E finché la risposta sarà “tanti”, ogni concorso “regolare” continuerà a puzzare di famiglia.

La Redazione

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